ROMA APPLAUDE ZVEREV, IL RE CHE HA BATTEZZATO

Largo ai giovani. Alexander Zverev è un predestinato con un futuro da numero uno scritto nelle stelle. Battendo prima Federer e poi Djokovic alle ATP Finals di Londra si è consacrato. Finalmente il tennis sembra aver trovato il degno erede di una generazione d’oro, quella dei Fab Four che hanno scritto la storia del tennis degli ultimi 15 anni. In tanti si sono chiesti se sarebbe spuntato all’orizzonte un campione capace di batterli prima dell’unico avversario insuperabile, il tempo che scorre inesorabile. Dalla luccicante O2 Arena di Londra è arrivata la risposta: il 21enne di Amburgo è il capofila dei Next Gen destinati a raccogliere la pesante eredità dei Fab Four. Non accadeva dal 1990 che un giocatore riuscisse a battere il n.1 e il n.2 del masters. Quel signore aveva 20 anni, si chiamava Agassi e mise ko Becker e Edberg.

La stella di Zverev ha cominciato a brillare nel 2017 proprio agli Internazionali BNL d’Italia: sui campi del Foro Italico è diventato il primo nato negli anni ’90 a vincere un Masters 1000 superando in finale Djokovic come a Londra. Sempre a Roma quest’anno si è fermato solo in finale battuto dal signore e padrone della terra rossa Nadal e sarà uno dei protagonisti indiscussi della prossima edizione. Non solo sul campo da tennis: bello, biondo e altero, è già un idolo dei Millennials (le ragazzine soprattutto) molto attivo sui social. Altissimo (198 cm), possiede una facilità di braccio impressionante incastonata in un tennis alla Djokovic, basato sulla pressione da fondo campo.

Papà Alexander senior, discreto giocatore degli anni ’80, top-150 e davisman con l’Unione Sovietica, e mamma Irina sono russi. Nel 1991, due anni dopo la caduta del Muro di Berlino, la famiglia Zverev si è trasferita in Germania. Anche il primogenito Mischa, nato a Mosca e di 10 anni più grande rispetto al fratello, è un buon tennista, ma si è subito capito che lo Zverev fenomeno era quello nato ad Amburgo il 20 aprile 1997. Da bambino ribelle, tirava pallate dappertutto e così i genitori furono costretti a portarselo al club. Dove incrociò un certo Federer, che ad Amburgo palleggiò qualche minuto con quel ragazzino scatenato che non voleva mai uscire dal campo di tennis: “Sarà top ten”, sentenziò King Roger. Da allora “Wunderkind”, il bambino prodigio, di strada ne ha fatta. E Roma lo aspetta a braccia aperte.