C’è sempre un piano B

21 maggio 2018 – La Repubblica
Roma. Il Foro Italico è tinto di giallo.

Oggi i campi del Foro Italico sono tinti di giallo.
Il cadavere di un uomo è stato trovato ieri sera in uno dei bagni della Grand Stand Arena, dopo la chiusura al pubblico, dal personale delle pulizie. La vittima, della presunta età di 35 anni, non aveva addosso alcun documento di riconoscimento. Nel suo zainetto c’erano solo delle palline da tennis con le firme di alcuni dei tennisti in gara.

GIORNO 1 – 18 maggio 2018

La giornata era iniziata da poco, l’aria mattutina era fresca e mancava ancora un’ora all’apertura dei cancelli.
Spiegami perché siamo arrivati così presto.
Flavio mi fissò e, come stava capitando sovente, notai l’espressione di disgusto e disapprovazione nei miei confronti.
Ho pagato e voglio godermi queste tre giornate. Non è mica la solita partitella di quarta categoria. Qui ci sono quelli che giocano davvero.
Ma anche se arrivavamo più tardi non cambiava nulla. E poi almeno le facessi, tu, le partitelle di quarta categoria… Pensai senza dirlo, tanto non avrebbe capito. Aveva comprato i biglietti a gennaio e l’aveva detto a tutti, agli amici, al circolo, ai colleghi. Non faceva altro che parlare di smash, volée, passanti, diritti e rovesci, racchette e palline, ATP, WTA eccetera. Passava le serate stravaccato sul sofà a guardare ogni torneo o servizio sul tennis trasmesso in tv.
Io non ho nulla contro il tennis, anzi, mi piace e pure tanto. Ma non ne faccio una questione di vita o di morte. Per Flavio, invece, da un anno a questa parte era diventata un’ossessione. Giocava a tennis tutti i giorni, guai a saltarne uno, nel cui caso sembrava un tossico in crisi di astinenza. La sera tennis in tv. Insomma, solo quello. Che poi, a dirla con sincerità estrema, era davvero un pessimo giocatore. Sapeva solo tirare forte, a prescindere. Con il risultato che il 90 per cento dei colpi finiva in rete o fuori campo. Ma guai a dirglielo. E il nostro rapporto intimo era diventato sempre più inesistente negli ultimi sei mesi. Avevo deciso di accompagnarlo a Roma per vedere se sarebbe cambiato qualcosa. Ci speravo ancora ma, in alternativa, mi sarebbe rimasto quello che avevo definito il piano B.
Quella mattina avevo dimenticato l’ebook nella stanza d’albergo quindi, per far passare il tempo, presi il cellulare e iniziai a navigare su internet. Finché aprirono i cancelli ed entrammo.
Dai dai vieni! – mi prese per mano e mi tirò, obbligandomi a camminare veloce per raggiungere di corsa il bersaglio adocchiato.
Nicola, Nicola! – iniziò a urlare.
Pietrangeli si voltò e si trovò davanti Flavio. Io rimasi un po’ in disparte.
Flavio prese la mano di Pietrangeli, che era talmente stupito o abituato a simili fanatismi da lasciare fare senza opporsi, e la strinse esclamando: – È una vita che sogno di incontrarti! Che piacere!
E ancora: che bello come sono contento che onore… finché, rossa di vergogna, decisi di intervenire.
Forse il signor Pietrangeli ha degli impegni, non credi?
Flavio mi guardò come un bambino guarda la mamma che gli ha appena tolto il giochino. Mi sembrò di notare, invece, un guizzo di gratitudine nello sguardo di Pietrangeli.
Possiamo fare un selfie? – gli domandò mio marito.
Ma certo.

E finito il selfie, in realtà gli scatti furono almeno quattro, Pietrangeli si allontanò di corsa seguito dal Grazie Nicola! Urlato da Flavio.
Che signore! – esclamò.
E che pazienza…pensai, notando che era già stato abbordato da altri fan. Flavio guardò l’orologio.
Muoviti che inizia la prima partita.
Lo seguii rassegnata ma anche contenta perché finalmente sarebbe stato zitto. E avremmo guardato una partita interessante e dal vivo.

Il match finì piuttosto in fretta, con un 6-0 6-0 senza troppa lotta per il vincitore di turno. Mentre Flavio correva a prendere posto in un altro campo ne approfittai per una pausa di necessità e per uno spuntino al bar. Me la presi con comodo, tanto avevo davanti a me tre giorni di tennis. Ci pensava già Flavio ad agitarsi.
Al bar ordinai una spremuta e un croissant dall’aspetto squisito e invitante. Mentre lo addentavo si avvicinò al bancone una signora bionda, alta, molto elegante. Mi guardò.
Buongiorno. – la salutai timidamente.
Buongiorno. – rispose e si voltò verso il barista. – Un caffè macchiato, grazie. Quasi subito si voltò di nuovo verso di me ed esclamò: – Ma tu sei Alice!
Lea mi aveva riconosciuta. Annuii. Mi abbracciò con affetto.
Che piacere rivederti! Quanti anni sono passati?
Feci un rapido calcolo e risposi: – Quindici, forse… – In realtà lo ricordavo con precisione: avevo abbandonato i campi da tennis nel 2003 e non avevo più incontrato Lea dall’ultimo torneo di prima categoria da me disputato. Proprio a Roma. E lei era lì. Mi aveva applaudito. Aveva seguito le mie imprese tennistiche da quando ero bambina, era stata amica di mamma in gioventù poi le loro strade si erano divise e riunite di nuovo grazie a me. Fino alla morte di mamma. E Lea mi aveva riconosciuta dopo tutti questi anni.
Un giornalista si avvicinò a noi e ci interruppe.
La stiamo aspettando per il servizio.
Vengo subito. – gli rispose. – Devo andare cara. Quanto ti fermi a Roma?
Fino a dopodomani.
Allora ti aspetto domani qui. Intorno alle 11. – Prese una biro dalla borsetta e un tovagliolino dal dispenser: – Chiamami a questo numero. Ciao cara! – Mi porse il tovagliolino su cui aveva scritto un numero di telefono. Mentre lo prendevo percepii la vibrazione del mio cellulare dentro la borsa.
Ma dove sei finita? Ti sto aspettando da una vita. Qui siamo alla fine del primo set.
Ero al bar. Adesso arrivo.
Muoviti. E vedi di non entrare mentre stanno giocando.
Come se non lo sapessi. Finii di bere il succo di arancia, uscii dal bar e mi avviai verso il campo.

La sera cenammo al ristorante dell’hotel. Mi addormentai appena posata la testa sul cuscino mentre Flavio commentava a voce alta le immagini delle partite e dei selfie memorizzati sul suo cellulare.

GIORNO 2 – 19 maggio 2018

Il secondo giorno riuscii a convincere Flavio a uscire dall’hotel più tardi. Arrivammo comunque presto, ancora troppo, rispetto all’orario di apertura dei gate d’ingresso.
Appena entrati ricominciò la consueta corsa alla ricerca di qualche tennista da importunare, alternata alla corsa ai campi di gara. La competizione stava entrando nel vivo delle fasi conclusive.

Flavio era preda di una frenesia più simile a una psicosi che a un’emozione momentanea, che lo stava trasformando. Sembrava posseduto e la cosa mi preoccupava. Avevo in mente il modo per farlo calmare ma dovevo aspettare. Forse qualcosa poteva ancora cambiare.
Assistetti insieme a lui alla prima partita poi, con la solita scusa, lo abbandonai e mi diressi verso il bar. Mancavano cinque minuti alle 11. Entrai nel bar, presi il cellulare e composi il numero che mi aveva lasciato Lea. Mi rispose subito.
Ciao…sono Alice. – dissi sottovoce, temendo che mi rispondesse con un “Alice chi?” o “Scusa cara ma non ho tempo”. Invece no. Mi salutò e mi chiese dove fossi.
Arrivo lì tra una decina di minuti. – Concluse.
Non avevo fretta. Più tempo passavo lontano da mio marito e meglio stavo. Non è bello dirlo ma quella era la realtà del momento.
Lea arrivò.
Sediamoci un attimo, dai. Devi parlarmi un po’ di te.
Le raccontai di essere laureata in chimica farmaceutica, di avere un master in sistematica tossicologica e di lavorare in un laboratorio di ricerca.
Fai ricerca su nuovi farmaci?
Non proprio. Sto studiando i veleni animali e gli antidoti.
Interessante. E il tennis? Giochi ancora?
No Lea. Lo seguo abbastanza ma non lo pratico più. Vado a correre e in piscina. Ma tennis no.
Sei qui da sola?
No. C’è mio marito. Lunedì torneremo a Torino.
Lea mi sorrise e io ricambiai. Il suo cellulare iniziò a suonare. Guardò il display, poi rispose con un arrivo.
Questi impegni… – mormorò mentre infilava il cellulare nella borsetta.
Ci salutammo e, puntuale come un orologio svizzero, Flavio mi chiamò al cellulare.
Ma sei venuta a Roma per il tennis o per ingrassare con la dieta dei croissants?
Dimmi dove sei e ti raggiungo. – Risposi solo questo, senza aggiungere altro.

Lo trovai all’esterno del centrale che mi fissava a braccia incrociate. Il suo sguardo trasmetteva odio piuttosto che semplice rimprovero.
Datti una mossa. – Disse solo.
Io rimasi zitta. Non mi sentivo affatto in colpa, almeno oggi no. Forse domani un piccolo senso di colpa sarebbe affiorato e avrebbe fatto capolino nel mio cervello. Forse.
Lo segui all’interno del centrale e prendemmo posto. La partita non era ancora iniziata.
Si può sapere cos’hai fatto tutto questo tempo?
Mi sono rimpinzata di croissants, come hai detto tu. – Risposi fissando il campo di gara.
Non capisci un cazzo di tennis, tu.
Capisci tutto tu, invece. Goditi questi ultimi momenti di sport e stai zitto, per favore.
Sarà.
Le giocatrici erano entrate in campo. Applaudii come la quasi totalità del pubblico sugli spalti. E il rimprovero terminò lì.

A cena Flavio fece il riassunto di tutte le partite che aveva visto. Facevo finta di ascoltarlo ma, in verità, ripassavo mentalmente il cronoprogramma delle azioni dell’indomani. Il piano B non contemplava margini di errore.
Se penso che domani sarà l’ultimo giorno mi viene l’ansia.
E fai bene a fartela venire. Pensai.
Hai tutta la giornata davanti, prima della fine. – Gli dissi. – Vedi di godertela quest’ultima giornata.

ULTIMO GIORNO – 20 MAGGIO 2018

Infilai la bottiglietta d’acqua nel mio zainetto.
Raggiungemmo il Foro Italico quasi di corsa, con Flavio che continuava a brontolare perché l’avevo fatto uscire tardi dall’albergo.
Appena entrati il mio cellulare iniziò a suonare. Era Lea.
Tu vai pure, io ti raggiungo. – Dissi a Flavio e poi risposi alla chiamata.
Ciao Alice, sei già al Foro? Che ne diresti di un caffè veloce prima di buttarci a capofitto nelle finali?

Entrai nel bar, Lea era già lì. Ordinammo due caffè. Oggi non avevo voglia del croissant.
Mi piacerebbe poterti incontrare ancora e non dopo altri quindici anni. – mi disse mentre uscivamo dal locale.
Anche a me. – Risposi sorridendole, pur immaginando che la mia vita sarebbe cambiata molto da quella sera.
Ci congedammo con un abbraccio e con una promessa che ero quasi certa di non riuscire a mantenere. Raggiunsi Flavio al centrale e rimasi con lui tutto il tempo e per tutte le partite finali. Durante la pausa tra una finale e l’altra Flavio andò in bagno.
Lasciami lo zainetto, te lo tengo io. – gli dissi. Me lo porse ed entrò nella toilette degli uomini.
Aprii il suo zainetto, sostituii la sua bottiglietta d’acqua con un’altra identica, presi il suo portafoglio e lo infilai nella mia borsa. Gettai la bottiglietta d’acqua che avevo preso dallo zainetto.
Quando uscì ci avviammo al campo di gara ad assistere all’ultima partita del torneo. Era euforico, aveva esclamato almeno una decina di volte ma ci pensi? I primi due del seeding in finale! Quando mi capita più? In effetti non gli sarebbe più capitato, su questo non potevo dargli torto.

Gli Internazionali si erano conclusi. Flavio uscì mogio dal campo di gara. Non stava bene, gli girava la testa, gli mancava il fiato, si sentiva intorpidito. Camminavamo con estrema lentezza tanto che il Foro era quasi deserto. Andò alla toilette. Era vuota. Lì c’eravamo solo più lui e io. Lo sentii mormorare il mio nome e poi nulla più. La tetradotossina aveva fatto effetto.
Mi allontanai con calma.
Raggiunsi l’albergo, feci una doccia e mi cambiai d’abito. Pagai il conto, presi i bagagli e andai in taxi alla stazione Termini.

25 MAGGIO 2018 – La Repubblica
Roma. Svelato il mistero Foro Italico.

Arrestato il colpevole dell’omicidio di Flavio Rossini, l’uomo trovato cadavere il 21 maggio scorso. La moglie, Alice Cerella, valida tossicologa ed ex promessa del tennis, ha confessato di averlo avvelenato con la tetradotossina, il potente veleno contenuto nelle interiora del pesce palla. Lea Pericoli, amica di famiglia della Cerella, ha dichiarato: “Conoscevo Alice. Sono molto dispiaciuta.” La lady del tennis non ha voluto aggiungere altro.