Il maestro delle corde

Capitolo 0 – Intro

Mi chiamo Jacques, ho venticinque anni e da quando sono nato vivo rimbalzando tra la Francia e l’Italia. Questo potrà suonarvi strano, ma quando tua madre è nata in Provenza e tuo padre in Toscana, è naturale che vada così. Da quando ho ricordi passo tutte le estati a casa di mio zio, in un paesino situato circa a metà strada tra Firenze e Prato. Il mio vecchio mi lascia passare con suo fratello un sacco di tempo, sia perché così non gli sto troppo fra i piedi, sia perché sa bene che al contrario di lui, condividiamo una passione smisurata per uno sport: il tennis.

Mio zio si chiama Michele Panata, e prima che ve lo chiediate vi dico già che no, non c’entra nulla il grande ex tennista Adriano, non siamo parenti. Oltretutto il suo cognome si scrive con due T, anche se sono talmente tante le volte in cui trascrivono in modo errato il nostro, che ci siamo quasi abituati ad essere omonimi fasulli dell’ex vincitore degli Internazionali d’Italia. A proposito, la mia storia ha inizio proprio qui, al Foro Italico, durante la settimana del torneo tennistico più importante giocato nello Stivale. Sto mentendo. Tutto iniziò almeno un mese prima, quando mio zio mi telefonò per chiedermi il solito aiuto, che consiste nel sbrigare del lavoro per lui. La sua professione naturalmente è legata al mondo del tennis, infatti fa l’incordatore. Ai meno ferrati sull’argomento potrà sembrare un mestiere che tutti possono fare, piazzare corde dentro alle racchette, e che ci vuole? Vi assicuro che non è così, questo lavoro richiede anni di addestramento per affinare la propria tecnica. Tutti possono incordare, ma ben pochi sanno farlo bene. Iniziò molto giovane, dal piccolo circolo del suo paese natio per poi spostarsi a Firenze, tanto era bravo e quindi richiesto. Il guadagno non è mai stato la priorità per lui, bensì l’attenzione maniacale nei dettagli. Questo è il motivo per cui spesso vengo ripreso: secondo lui io sono piuttosto in gamba, e magari potrei essere il suo successore dopo la pensione, a patto che mi metta in tesata di non distrarmi durante il lavoro. Da ormai vent’anni durante la settimana di torneo, lo zio viene contattato dagli organizzatori per incordare più racchette possibili a quei giocatori che non hanno un addetto ai lavori fisso al proprio box. Sapete, i giocatori migliori del Mondo viaggiano con un intero clan alle spalle, dall’allenatore, al mental coach, al fitness trainer, e un sacco di altri termini difficili. Tutti seguono il loro leader con religioso rispetto, un po’ per cortesia, un po’ perché ben pagati dal campione in questione. Tuttavia, i giocatori che non hanno una classifica alta, non hanno nemmeno uno stipendio alto e sono costretti ad affidarsi a degli incordatori selezionati dalla direzione del torneo. Qualcuno si accontenta di ciò che arriva, qualcun altro richiede solamente quel preciso incordatore, spesso tradito da sciocche manie scaramantiche. Per esempio c’è un giocatore spagnolo che bazzica tra il settantesimo e il centesimo posto in classifica da diverse stagioni, tuttavia agli Internazionali d’Italia riesce sempre ad esprimere un gioco solido e convincente, che gli permette di superare almeno due o tre turni. Questo tizio per qualche arcano motivo è convinto che mio zio sia uno sciamano dell’incordatura o giù di lì, ed esige che a Roma sia lui a preparargli le racchette ogni giorno. Strani tipi i tennisti!

Eppure io li adoro. Con quella classe che sanno trasmettere, e quel senso di pacata sicurezza che emanano dalla loro pelle. Sarebbe il mio sogno poter giocare almeno una volta sul centrale di Roma. Io sono per metà francese, e qualche volta ho toccato con mano il Philippe Chatrier, mastodontico campo principale del Roland Garros, eppure il centrale del Foro italico mi elettrizza molto di più, anche se le tribune sono più piccole e il torneo stesso è meno antico. Non lo so perché, ma il cinquanta per cento del mio essere italiano sovrasta il mio cinquanta per cento francese ogni qualvolta io veda questo circuito tennistico. Purtroppo, il mio sogno di scambiare qualche palla dentro a questo teatro del tennis rimarrà per sempre nel cassetto, nonostante ci abbia provato spesso. Fino a diciassette anni giocavo ad un buon livello, molto buono a dire il vero. La mia classifica di 2.7 era veritiera, non avevo grandi doti fisiche ma sbagliavo poco e sulla terra battuta ero un osso duro. Mi identificherei in un sosia di David Ferrer, con le dovute proporzioni, sia chiaro. Ma nel maggio di nove anni fa, proprio mentre Nadal alzava al cielo il suo ennesimo titolo, io stavo disputando una finale di un torneo giovanile in Francia e per prendere una maledetta smorzata del mio avversario, scivolai con la suola sulla terra troppo secca e atterrai con il gomito nei pressi della rete, cozzando contro il paletto laterale che la sostiene. Urlai dal dolore e dovetti ritirarmi. L’adrenalina del match mi fece dispiacere più per la finale persa in quel modo che per l’infortunio. Povero stolto, quando conobbi la diagnosi della mia cartella clinica, la finale persa diventò meno importante della seconda T del mio cognome di fronte ad Adriano. Frattura di tipo III del capitello radiale, mi dissero. Non sapete che cos’è? Nemmeno io, prima di quel giorno. Non starò qui ad annoiarvi, vi basta sapere che è un ossicino apparentemente inutile che si trova nel gomito. La rottura poi mi causò una tendinite che divenne tendinosi e che ancora oggi di tanto in tanto mi ricorda quanto io la detesti, rifacendosi viva con un sorriso che immagino sia quello che appartiene al diavolo quando muori e vai a fargli visita nei suoi amati inferi. Ma io all’inferno non ci andrò. Non sono uno stinco di santo, ma nemmeno una persona malvagia, anzi, la storia che vi voglio raccontare vi farà capire quanto possa essere determinato ed in gamba Jacques Panata.

Un mese dopo la telefonata di zio Michele, mi trovavo già al Foro Italico, pronto per incordare più racchette possibili sotto allo sguardo del mio mentore, che con la coda dell’occhio vigilava il mio operato assicurandosi che non commettessi errori. Non che fosse mancanza di fiducia, tuttavia egli è sempre stato un tipo preciso e pragmatico e l’idea di sfigurare davanti ad un giocatore per una corda tirata un chilo in più o in meno lo terrorizzava. Pensate a come mi sono sentito dopo qualche giorno di torneo, quando ho appreso che il mio amato zio era scomparso nel nulla. Da solo, ad incordare le racchette di qualche campione, senza avere la minima idea di dove fosse finito il mio unico vicino parente. Ricorderò sempre quei giorni di maggio come i più folli della mia vita., mentre stringo nel mio pugno insicuro una piccola chiave col numero tre inciso su entrambi i lati, che da anni porto legata al collo, come fosse un gioiello prezioso.

Capitolo 1 – Lo zio scomparso

I tornei classificati come Masters 1000 si disputano generalmente nell’arco di una settimana, i primi turni dal lunedì al mercoledì, gli ottavi di finale il giovedì’, i quarti il venerdì, le semifinali di sabato e la finale di domenica. Essendo io e mio zio degli incordatori di bassa caratura abbiamo molto più da fare nelle prime ore di torneo che nei pressi delle partite decisive; questo perché nei primi turni vi sono molti più giocatori in gara e quindi molte più racchette da preparare. Considerando che anche i tennisti meno quotati girano con una decina di attrezzi in borsa, potete immaginare l’enorme mole di lavoro alla quale siamo sottoposti noi miseri incordatori di provincia. Eppure non è mai stato un problema, non per me e zio Michele. Questo sport scorre nelle nostre vene da sempre e solo il fatto di avere in mano l’attrezzatura di professionisti come i giganti del Foro ci elettrizza. Non si guadagnano cifre mostruose, ma come dicevo prima allo zio non è mai interessato. Per lui i soldi hanno un’importanza relativa. Mi ha sempre insegnato i valori morali, a volte tralasciando in modo disastroso quelli materiali. Capitava non di rado, infatti, che campioni con diversi zeri sul conto in banca non pagassero i suoi umili servigi; ma mai una volta egli aveva alzato i toni per cercare di ottenere ciò che gli spettava. Ricordo ancora dieci anni fa, quando durante i turni eliminatori una canaglia argentina fece buon viso a cattivo gioco, adulando il povero zio con complimenti sulla qualità dell’incordatura per poi fregarlo miseramente, andandosene senza pagare il conto. Vi giuro che attesi il ritorno di quel buffone argentino per anni, ma non capitò mai. Pensai che forse il karma aveva fatto il suo corso, gettando il furbacchione fuori dai primi cinquecento giocatori della classifica, quasi me ne convinsi. Invece no, la realtà era ben diversa, e quando seppi che un infortunio peggiore del mio gli aveva stoppato la carriera in modo definitivo non riuscii nemmeno più a detestarlo. Non è casuale questo fatto che sto narrando. La morale di questa storiella è semplice: non bisogna mai trarre conclusioni affrettate. Dal giovedì degli ottavi di finale in cui mio zio sparì fino ai giorni successivi mi passarono tante di quelle strane idee per la testa che se avessi potuto aprirmi il cranio ci avrei trovato all’interno una frittata del mio povero cervello abbrustolito dai peggiori pensieri.

Iniziammo il nostro lavoro cinque giorni prima dell’avvio ufficiale dei campionati, perché gli incordatori semplici come noi devono servire i giocatori di bassa classifica, che disputano dei turni preliminari lottando come leoni per entrare nel tabellone principale. Tutto procedeva senza intoppi, il solito spagnolo innamorato del lavoro dello zio era sceso nella sala dei macchinari per salutarci con un sorriso e una pacca sulle spalle. Aveva perso una cinquantina di posti rispetto alla passata stagione, pertanto era costretto a giocare queste scomode qualificazioni per accedere al main draw, dove poi sarebbe stato probabilmente preso a schiaffi da qualche testa di serie. La cosa non sembrava preoccuparlo, a giudicare dal solito sorriso che mostrava in giro, ma io non mi facevo ingannare, sapevo che in fondo gli scocciava dover affrontare due o tre partite in più delle passate edizioni. La dura vita del tennista di seconda fascia, andava a braccetto con quella dell’incordatore della medesima qualità. Ciò che mi faceva più rabbia era conoscere il talento dello zio nel suo mestiere, che ben pochi giocatori parevano notare. Se solo avesse avuto più ambizione nella sua vita, invece che accontentarsi di un grazie a denti stretti di qualche modesto atleta che idolatrava tacitamente come un Dio, chissà quante soddisfazioni si sarebbe potuto togliere. Ogni tanto tentavo di farglielo capire, uscendomene con un colorito “zio, quel bifolco non ti ha pagato!” ma questo mi costava uno scappellotto sulla nuca, talvolta seguito da un rapido “zitto e torna al lavoro, ragazzino”. Dopo l’ennesima lavata di capo, mentre mi accingevo a completare una Head Radical tirata a venticinque chilogrammi, il mio caro zietto mi passò altri due attrezzi appartenenti a una giocatrice serba. Non faceva mai così, non gli piaceva sovraccaricarmi di lavoro, ma quel giorno incordai quasi più racchette di lui. E anche il giorno successivo, e quello dopo ancora. Arrivati al lunedì, giorno ufficiale di inizio del torneo, avevo i polpastrelli consumati e il malandato gomito destro pregava perché smettessi di sollecitarlo in quel modo. Non volevo abbassarmi a chiedere una pausa allo zio, ma a metà giornata dopo una fitta intensa all’articolazione dovetti cedere. Chiesi di poter rientrare nel modesto ostello dove dormivamo, in due camere singole adiacenti, ma mi fu negato. Così continuai, chiedendomi cos’avesse quest’anno quell’uomo che mi pareva troppo diverso dal solito. Parlava molto di meno, ma lavorava il doppio. Accettava qualsiasi richiesta e passava quasi la metà delle racchette a me. Purtroppo non possedendo la sua esperienza e velocità, finivo in tarda serata e non avevo nemmeno la forza di uscire per bere una birra. L’avrei fatto volentieri, come negli anni passati. Ho un’amica di nome Cristina che ha la fortuna di abitare in Via Flaminia, vicinissima al Foro Italico, e quindi durante gli Internazionali usciamo quasi tutte le sere per parlare del più e del meno. Ma non quest’anno. Cristina mi aveva contattato via messaggio, ma avevo già rifiutato tre uscite, sempre per stanchezza. In piedi tutto il giorno, non sentivo più le gambe. Eppure non erano i bidoni rifilati alla mia amica a scocciarmi più di tutto. Ciò che non sopportavo era passare moltissime ore al Foro e non aver visto nemmeno un set dei tantissimi giocatori presenti! Mi sarebbe bastato anche vedere un palleggio di Dimitrov nell’allenamento con Vallverdu, il suo coach. Niente di niente. Solo lavoro, lavoro e lavoro. Ma finalmente arrivò il giovedì degli ottavi di finale, ultimo giorno di stress per me. Mi era rimasto solo un giocatore da soddisfare, un mio connazionale, Gael Monfils. Avevo soltanto tre o quattro racchette da incordare, le rimanenti le avrebbe fatte lo zio. Poi mi sarei potuto godere il torneo in santa pace. Mi sembrava che Gael avesse un personale incordatore, ma essendo una persona imprevedibile e bonariamente folle, stavolta era venuto senza di lui, accontentandosi dei provinciali servizi di casa Panata. Ero certo che lo zio non si sarebbe tolto il sorriso dalla faccia per tutto il lavoro, incordare le racchette di un campione che è stato nei primi dieci al Mondo era meglio di un bonifico da diecimila euro per lui. L’unico problema fu la sua sparizione, appunto. Lo zio non si fece vivo, e io venni investito da un fiume di responsabilità e tensione. Venne Gael in persona nella stanza piena di macchine incordatrici, e abbozzando un sorriso mi porse una sacca piena zeppa di racchette. Dissi solo “merci”, ma probabilmente lo feci con un accento così perfetto da far intuire la mia nazionalità al tennista, che infatti ne volle conferma. Mi chiese di dove fossi, risposi che mia madre era della Provenza, mi disse che la sua era nata molti chilometri più in là della Francia, nelle Antille. Doveva essere una chiacchierata per stemperare la mia evidente tensione, ma servì solo a farmi irrigidire ancora di più. Vedevo Gael come un amico, e quando fai un lavoro ad un amico vuoi che riesca bene. E senza l’abilità di mio zio, sentivo che non sarei riuscito a presentare al signor Monfils la racchetta che lui si aspettava. Inspirai profondo mentre si voltò per andare negli spogliatoi, poi guardai nervosamente l’orologio e cacciai un urlo, rendendomi ridicolo davanti alla dozzina di incordatori che mi fissavano con perplessità e tedio.

Passarono alcune ore, e terminai il mio lavoro. Ogni maledetta racchetta di Gael fu incrodata con la massima cura e dedizione, al limite delle mie capacità. Ero così preoccupato ed arrabbiato con lo zio, che non andai a vedere il match del mio connazionale, mi limitai a fare due passi fuori dalla stanza per prendere una boccata d’aria. Finii nei corridoi del Foro che conducevano ai vari campi di gioco. Incrociavo tantissimi tifosi ed appassionati, che avevano un’aria felice e rilassata, praticamente l’opposto di come mi sentivo io. Guardai il cielo di un azzurro intenso e decisi che avrei dovuto trovare lo zio in fretta. Presi il cellulare e lo chiamai. Nessuna risposta. Provai a chiamare mio padre, anche se non so cosa mi aspettassi di ricevere come risposta. Mi disse di non avere tempo, e riattaccò quasi infastidito. Era naturale. Mi fermai nei pressi di un chioschetto a mangiare un panino, sempre all’interno del complesso sportivo. Seduto su una sedia in plastica mi potei finalmente rilassare, ma esagerai e mi addormentai. Non so quanto tempo passò, ma non me ne preoccupai; richiamai lo zio, e stavolta mi riagganciò il telefono senza dire una parola. Continuavo a fissare lo schermo che mi mostrava la cornetta rossa della chiamata caduta e mentre mi passò per la testa l’idea di chiedere aiuto a qualcuno, non feci in tempo ad alzarmi dalla sedia che venni quasi strattonato da un signore francese. Mi voltai e un po’ disgustato per la chiazze di sudore evidenti sotto alle ascelle che trasparivano dalla sua maglia blu, lo guardai con perplessità. Respirò affannosamente e poi provò a spiegarsi in un franco-italiano alquanto divertente.

“Monsieur Panatta, avec la raquetta de monsieur Monfils, il y à un problema!”.

Capitolo 3 – Lettera

Corsi di nuovo dentro allo spogliatoio, mentre il signore francese mi seguiva arrancando. Che tipo di problema poteva esserci? Da uno degli schermi presenti nella stanza degli incordatori potei notare che Monfils stava lottando contro il suo avversario da circa tre ore, e aveva praticamente terminato le racchette a sua disposizione. Avrei dovuto incordargliene un’altra, il più in fretta possibile, nel modo più preciso possibile. L’ennesima sfida per me. Inutile dire che non feci in tempo, e nonostante le continue imprecazioni del vecchietto del suo staff non terminai nemmeno una racchetta, il povero Gael perse e la sua avventura agli Internazionali d’Italia terminò. Ammetto che ne fui dispiaciuto e mi promisi di andare a consolare quel simpatico giocatore dopo l’intervista in sala stampa. Passarono circa due ore, poi non servì più cercare Gael, mi trovò lui. Era infuriato. Mi chiese con una discreta volgarità dove fossi e perché non gli avevo fatto arrivare almeno una racchetta in tempo. Mi spiegò che aveva giocato quasi un intero set con un solo attrezzo, ormai privo di tensione e che la colpa della sconfitta era mia al novanta per cento. Tentai di giustificarmi, ma mi pietrificai quando mi disse che questo k.o. gli era costato qualche migliaio di euro; mi venne in mente solo in quel momento che i tennisti più vincono, più guadagnano. Preso dal panico bofonchiai qualcosa in francese, ma quando compresi che Gael mi avrebbe dichiarato guerra legalmente pensai che il suicidio sarebbe potuto essere un’opzione da non scartare. O magari lo zio mi avrebbe squartato prima? Lo zio, a proposito. Ma dove caspita era finito? La colpa di tutto questo era sua!

Al termine della disastrosa giornata chiamai Cristina, sicuro che avrebbe rifiutato il mio invito a bere una birra. Invece accettò. Scegliemmo un locale tranquillo nei pressi dell’Auditorium e venimmo serviti in fretta da una cameriera non più giovanissima ma ancora di bell’aspetto. Sorseggiando un’ottima Jarl raccontai alla mia amica la terribile giornata, dall’inizio alla fine; non appena conclusi la sua attenzione si concentrò sulla sparizione di mio zio. Come se i miei problemi con Gael non fossero cosa importante. Mi chiese qualcosa riguardo alla chiave che penzolava fuori dalla mia maglietta, ma non ebbi voglia di raccontare nulla, così la ricacciai dentro alla maglietta e lei cambiò argomento.

“Hai più provato a chiamare Michele?” chiese lievemente agitata.

“Per farmi sbattere il telefono in faccia di nuovo? No.” Conclusi strozzando uno sbadiglio inopportuno.

Dopo avermi dato dello sciocco, aumentò la mia dose di angoscia facendomi notare che forse mio zio era stato rapito. Effettivamente non aveva alcun senso sparire così, dopo anni di lavoro insieme. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per essere presente, e mi avrebbe controllato mentre incordavo la racchetta di un giocatore così importante. Mi avrebbe letteralmente scansionato dai capelli agli alluci, per controllare ogni minima imperfezione della mia tecnica lavorativa. No, non era stato un contrattempo. Qualcuno gli aveva senz’altro fatto del male. Ma perché era dovuta venire Cristina a farmi notare una cosa tanto lampante? Mi sentii uno smidollato. Poche ore senza il mio mentore e avevo combinato soltanto casini. Mi venne un’improvvisa voglia di burro d’arachidi. Lo adoro, purché sia americano. Le scadenti imitazioni europee non sono contemplate, infatti lo zio ogni volta che va a lavorare a Flushing Meadows per gli US Open me ne porta a casa qualche confezione che raramente mi dura più di qualche settimana nella dispensa. Il mio desiderio goloso svanì quando Cristina ebbe un’intuizione, e con la giusta dose di adrenalina nella voce mise al corrente anche me. Secondo le sue discutibili teorie, se mio zio fosse stato rapito, i malintenzionati avrebbero dovuto contattare un parente. E siccome tutta la sua famiglia è al corrente che durante gli Internazionali si trova sempre a Roma, l’unico parente contattabile ero io. Non mi convinse, avevo controllato il telefono, zero chiamate in entrata; eppure la speranza venne alimentata quando mi propose di rientrare all’ostello per chiedere in reception se qualcuno avesse lasciato dei messaggi. Mi pareva un’assurdità, ma non avendo nulla da perdere accettai. Forse il vero motivo fu il desiderio di avere compagnia; ero stato a Roma più volte nella mia vita, ma è una città troppo grande per essere vissuta in solitaria. Arrivati alla reception ebbi la conferma di ciò che sapevo avrei ricevuto: il nulla. Salutai una sconsolata Cristina e salii in camera. Appena aperta la porta però non credetti ai miei occhi. C’era una piccola busta bianca con il mio nome inciso sopra. Per Jacques, si leggeva, ma la calligrafia non era quella di mio zio. Qualcuno l’aveva fatta sfilare sotto la porta. Chiamai al cellulare la mia amica, che non aveva avuto il tempo di allontanarsi troppo, infatti in un paio di minuti me la ritrovai seduta sul letto, pronta a leggere in live il contenuto della lettera. Mi schiarii la voce e lessi per entrambi.

Cercami nella città eterna, trovami conoscendo la nostra storia. Le iniziali sono tutto. Il mio più vicino nell’albo d’oro, la tua regina del passato, la sorpresa nel giardino dell’Eden, il sacrificio dinanzi alla divinità, coloro che crearono la storica rivalità nel paese del tuo cibo preferito. Quando hai risolto, scegli il massimo dell’antiquariato. Non hai tempo, sbrigati o potrebbe farsi troppo tardi. Michele.

Una lettera da interpretare e tradurre, pensai. Il lieve sonno che avevo si frantumò dinanzi a quel pezzo di carta tanto attraente quanto malefico. Dovevo trovare lo zio, e il mio unico aiuto era Cristina, che per mia fortuna si propose come partner investigativa con sincera generosità. Lesse più volte quelle fugaci frasi, poi aggrottò la fronte e mi fece alcune domande.

“Cos’è un albo d’oro? E il giardino dell’Eden?”

Risposi con prontezza, spiegando che l’albo d’oro di un torneo è la lista di tutti i vincitori, mentre il giardino dell’Eden era il nomignolo che mio zio dava al celebre torneo di Wimbledon, visto che è giocato sui fantastici prati inglesi dell’All England Club. Quando Cristina mi fece notare che la sorpresa nel giardino poteva essere un giocatore sfavorito che aveva vinto quel torneo in modo inaspettato, mi sentii quasi irritato. Era facile da capire, ma allora perché non mi era passato per la testa? Non stavo prestando abbastanza attenzione al contenuto della lettera, quindi decisi di fare sul serio e concentrarmi. Le iniziali sono tutto? Forse dovevo considerare le iniziali dei giocatori del rebus?

Chiesi alla mia amica un rossetto, sapendo che ne teneva sempre uno nella pochette, poi la invitai a seguirmi nel piccolo bagno e tracciai sei trattini sullo specchio. Il rosso del cosmetico era ben visibile sulla piatta superficie. Con assoluta convinzione spiegai a Cristina che la sorpresa nel giardino doveva essere Goran Ivanisevic, giocatore passato alla storia per aver vinto il prestigioso torneo senza essere nemmeno testa di serie. Pertanto sopra al terzo trattino piazzai la I di Ivanisevic. Mancavano ancora cinque lettere però, e non avevo molte idee. La prima lettera mi invitava a comprendere il giocatore più vicino allo zio nell’albo d’oro, ma cosa diamine significava? Vicino di abitazione? O di data di nascita? Dallo smartphone lessi l’albo d’oro per qualche minuto, ma non mi venne in mente nulla. Cristina vedendomi così in difficoltà si spostò dietro di me, in una posizione che le consentisse di massaggiarmi le spalle. Fu piacevole.

“Basta pensare alla prima lettera, piuttosto concentriamoci sulla seconda. Dovrebbe riguardare te. Chi è la regina del tuo passato?”

Non capii subito, ma poi mi illuminai. Risposi quasi sorridendo, visto che per me esisteva solo una giocatrice degna di essere definita regina.

“Justine Henin.”

Cristina prese il rossetto dalla mia mano e sopra al secondo trattino scrisse la lettera E. Con una salvietta umidificata cancellai la sua grafia, e tracciai un’acca più convinta. Quando capì che Henin conteneva l’acca muta si diede una piccola pacca sulla nuca e mi mostrò una linguaccia dolcissima. Ma non avevo tempo di fare il Dongiovanni con lei, quindi rimuginai ancora sulla lettera. Non venni a capo di nient’altro, forse perché ancora non mi capacitavo del fatto che stessi cercando mio zio tramite un rebus inventato da qualche folle che desiderava chissà che cosa da me. Cristina si addormentò nel taxi del ritorno, ma per sua fortuna il tassista fu gentile e non le spillò più soldi del dovuto, svegliandola sotto casa. Il giorno successivo ci incontrammo verso metà mattina, per proseguire l’investigazione. Non andai al Foro, i quarti di finale degli Internazionali mi intrigavano, ma avevo delle priorità. O forse volevo solo evitare altri incontri con lo staff di Monfils.

“Ti sono venute altre idee?”

Mi chiese mangiando delicatamente una crepes al cioccolato. Non capirò mai perché gli italiani adorino le crepes, forse è soltanto il fascino di un cibo straniero? In fin dei conti il mio preferito è il burro d’arachidi fatto dall’altra parte dell’oceano. E proprio pensando al cibo, mi resi conto che quella era la parte di lettera meno chiara. “Coloro che crearono la storica rivalità nel paese del tuo cibo preferito”, era veramente una cattiveria. Ci saranno state centinaia di campioni americani, e chissà quante rivalità, soprattutto prima dell’era open. Già, ma la più famosa? Sampras contro Agassi. Lo pensai, lo dissi ad alta voce. Cristina non capì, ma le mie idee furono all’improvviso meno annebbiate. Dopo aver estratto un foglio di carta dalla tasca, presi una penna appoggiata sul tavolo di un bar all’aperto che stava davanti a noi, e replicai la stessa parola che avevo scritto sullo specchio della mia camera col rossetto di Cristina la sera prima. L’iniziale di Sampras e poi quella di Agassi:

_ H I _ S A

Capitolo 3 – Soluzione dell’enigma

“Chiusa.”

Disse Cristina. Mi pareva una buona soluzione. Ci mancavano due lettere, ma ormai la parola sembrava piuttosto chiara. Ma se davvero la chiave di tutto era “chiusa”, cos’è che avremmo dovuto chiudere? La bocca? Era una minaccia riguardante lo zio? No, stavo fantasticando. La frase legata alla quarta lettera recitava “il sacrificio dinanzi alla divinità” ma non mi venne in mente nessun giocatore con l’iniziale U. E se non fosse stata quella la parola? Dopo pranzo tornammo nella mia camera, e pensammo ancora, invano.

L’ispirazione mi venne spegnendo la tv al culmine di un noioso zapping, quando sfogliai una rivista trovata nei pressi del Foro. In copertina c’era Sara Errani, e ripensai a quella finale contro Serena Williams, dove la bolognese non riuscì ad onorare al meglio un fantastico torneo racimolando appena tre giochi. Mi si accese la lampadina: quella finale fu un sacrificio dinanzi alla divinità del tennis femminile, quella Serena Williams dei record. Non ne potevo essere certo ma sapevo che lo zio apprezzava la grinta della Errani, quindi la lettera poteva riferirsi davvero a quel match. Poco dopo aver letto la rivista, un altro segno del destino bussò alla mia porta. Per assicurarmi di essere sulla strada giusta, sfogliai ancora l’albo d’oro del torneo, prima il femminile e poi il maschile. La prima lettera di cui avevo bisogno doveva essere l’iniziale di un giocatore vicino allo zio. E chissà per quale arcano motivo, solo in quel momento ricordai che il modesto Michele Panata era stato per più di un anno l’incordatore di Jim Courier, che qui a Roma riuscì nella fantastica doppietta, 1992 e 1993. Fu proprio il povero Ivanisevic ad essere maltrattato nella finale del titolo bissato, lo stesso Goran che faceva parte del mosaico che mi aveva fatto impazzire nelle ultime ore, un rebus finalmente completo: CHIESA.

Rilessi la parte finale: “Quando hai risolto, scegli il massimo dell’antiquariato”. Cristina allargò le braccia in segno di incomprensione, ma io fui più ingegnoso.

“Chi ha scritto questa lettera, vuole mandarmi nella chiesa più antica di Roma.”

E qui la mia amica mi venne incontro, spiegandomi dopo una breve riflessione che avremmo dovuto dirigerci verso Santa Pudenziana, considerata la più antica basilica della capitale. Una bella fortuna avere un’amica del posto, che studiava storia dell’arte! L’idea di recarci immediatamente lì sfumò quando il mio telefono squillò: uno staffer di Gael Monfils intendeva incontrarmi, al Foro Italico. Subito. Non potei rifiutare, quindi decisi di dare appuntamento a Cristina direttamente alla basilica, mentre io avrei tentato di risolvere il problema col campione francese. Appena entrato nei corridoi dell’impianto che ormai conoscevo come le mie tasche, mi precipitai verso la sala incordature, ma svoltato un angolo una visione paradisiaca mi incollò le suole al pavimento. Avevo davanti ai miei occhi la regina, Justine Henin. Un fulmine a ciel sereno. La giocatrice che per anni avevo stimato e tifato si palesava davanti a me, con uno sguardo interrogativo, probabilmente dovuto al mio, inebetito. L’avrei voluta chiamare per nome, ma non uscì una parola dalle mie labbra paralizzate, così fu lei a porgermi un cenno abbassando lo sguardo in modo timido, quasi come se io fossi un fuoriclasse della racchetta, e lei una giovane incordatrice di paese.

“B-Bonjour.”

Balbettai mentre mi vedevo superare, in un velo di tristezza. Qualcuno dentro di me gridava a Justine di restare, anche solo per un minuto, per scambiare due parole. Ma non ero affatto pronto per un incontro simile, quindi mi accontentai di vederla sparire oltre la porta, sotto al suo consueto cappellino sportivo. Il codino dorato che spuntava dal retro fu l’ultima immagine che ebbi di lei, e mi salì una grande desolazione; del resto non potevo sapere che a breve l’avrei non solo rivista, ma ci avrei pure parlato. Nel frattempo il signor Richelieut-Parini, aiutante franco-italiano tuttofare di Gael, mi attendeva nella sala, intonando un motivetto snervante con le falangi sul tavolo. Arrivammo in fretta ad alzare i toni, passando senza rendercene conto dal francese all’italiano, e deciso a non farmi mettere i piedi in testa, riuscii a far tacere quel miserabile. Le frasi che innescarono il suo silenzio furono ben calibrate.

“Senta un po’, io sicuramente sono in torto in quanto non avrei dovuto abbandonare la zona di lavoro, tuttavia non abbiamo nessun contratto, o sbaglio? Quindi avrebbe potuto rivolgersi a un altro incordatore, mi corregga se sto andando fuori strada. Se c’è una cosa che non manca in questo luogo sono gli incordatori. Pertanto potrebbe smetterla di infastidirmi? Ho cose più importanti a cui pensare.”

Approfittai della sua mancata risposta per voltare le spalle e uscire dalla stanza. Cinque minuti più tardi già stavo correndo in direzione di Santa Pudenziana, cercando di tenere ferma la solita chiavetta, che ad ogni balzo tentava di schiaffeggiarmi il viso. Avvisai Cristina con lo smartphone, e mi tuffai dentro al primo taxi disponibile. Arrivammo quasi contemporaneamente e fu difficile abbassare l’intensità dei battiti del cuore appena varcata la soglia di un luogo tanto ecclesiastico ed austero. Un lieve odore di incenso mi bagnò le narici, fu piacevole. Rimasi sprovvisto di aspettative quando mi resi conto di quanto fosse piccola la basilica. Non saprei dire se fu una sensazione positiva o no, forse perché ero concentrato sulla risoluzione dell’enigma, più che sulla descrizione del luogo. Ricevetti un messaggio allo smartphone da un numero sconosciuto, che mi invitava a prendere la porticina a destra dell’altare. Lo so, usare un cellulare dentro a una chiesa è maleducato e privo di grazia, chiedo scusa, ma ne andava del ritrovamento di mio zio. Nessuno mi impedì di aprire la porta, nemmeno Cristina che mi seguiva in religioso silenzio, più per rispetto della chiesa che di me. Solo due persone si trovavano nella stanza. Una, incappucciata, mi dava le spalle. L’altra alzò la testa per osservarmi sorridendo, poi mi fece un cenno con la mano prima di chiamarmi per nome.

“Vieni Jacques, sei stato bravo!”

Mi fermai a pochi passi dal tavolino dove mio zio stava seduto, ancora con quel sorriso inspiegabile in volto. L’altra persona restava concentrata sulla scacchiera che ora potevo vedere anch’io, sopra a quel tavolino vecchio e ammuffito. Non credevo ai miei occhi, zio Michele stava sfidando a scacchi una persona incappucciata davanti ai miei occhi e sembrava poco intenzionato a scusarsi. Respirai a fondo e chiesi spiegazioni. Una chiave identica a quella che porto appesa al collo da anni mi fu lanciata fra le mani. Notai che vi era inciso il numero due. Forse iniziavo a capire.

“E’ il premio per averti trovato? La seconda chiave speciale.”

Lo zio annuì, poi mi rispose con più convinzione, senza rivolgere più l’attenzione alla scacchiera e alla persona con il capo coperto.

“E’ il premio per avermi trovato in tempo. La scadenza era prossima ormai. Cerca di capire, tu hai un grande talento ma sei troppo pigro e distratto. Volevo vedere dove potevi arrivare una volta messo con le spalle al muro, in una situazione di stress. Sei stato veramente in gamba.”

Respirai a fondo e cercai di contenere la voglia di scattare contro a mio zio, prendere la scacchiera e farla volare fuori dalla porta, poi afferrare il supporto in legno su cui poggiava e distruggerlo da qualche parte, magari contro alla persona incappucciata che continuava a non distrarsi dal suo re quasi sotto scacco. Per fortuna non feci nulla di così sciocco; osservai Cristina ferma a pochi metri da me, poi mi avvicinai al tavolo e feci slittare l’alfiere bianco fra le fila serrate dei neri, mossi da mio zio. Stavolta fui io a sorridere.

-“Scacco matto, monsieur Panata.”

Capitolo 4 – Lezione di vita

Solo in quel momento la persona incappucciata si mostrò. E fu più scioccante della prima volta in cui la vidi di fronte a me, poco prima. Justine Henin mi fece l’occhiolino, era il suo ringraziamento per averle fatto vincere la partita. Cercai nello sguardo di mio zio una spiegazione, che non tardò ad arrivare.

“Visto che hai saputo perfino vincere uno scontro diretto a scacchi guardando le pedine in campo per pochi secondi, forse meriti anche la terza chiave. Justine collabora con me da qualche giorno, e non finirò mai di ringraziarla per avermi appoggiato in questa lavorazione del mio diamante.”

Mi riempiva di orgoglio essere definito un diamante, e più passavano i secondi, più la rabbia che provavo si tramutava in forza interiore, per aver risolto l’enigma che mi aveva fatto vincere la chiave col numeretto due inciso sopra, e che mi stava donando anche la terza. Justine allungò il pugno chiuso verso di me e ricevetti quell’oggetto che attendevo da anni. Cristina non mi lasciò scampo, chiese cosa potessero aprire quelle chiavi numerate, e giustamente le diedi una spiegazione onesta. Mi sentivo di farlo, questa volta.

“Vedi Cris, sin dall’età di sette anni ho aiutato lo zio nel suo mestiere. Un giorno mi trovavo nel circolo del suo paese e stavo correndo con una decina di racchette incordate in mano, pronte per la consegna ai clienti. Inciampai, ma piuttosto che far cadere a terra i telai appena incordati, atterrai con le ginocchia sul cemento e me le sbucciai così a fondo da far uscire il sangue per diversi minuti. Avevo lasciato alle spalle piccoli brandelli di pelle, ma le racchette non si erano scalfite. Lo zio restò così colpito dalla mia audacia che mi regalò la chiave che porto al collo da sempre. Quel gesto placò il mio pianto di dolore, inoltre mi diede un obiettivo nella vita visto quello che mi fu spiegato in seguito. Quella chiave apriva la cassaforte del mio caro zietto, e all’interno ci sarebbe stato qualcosa di importante per me. Certo, per anni ho sperato di raggiungere le altre due chiavi, ma non avrei mai creduto di recuperarle entrambe nel giro di pochi minuti.”

Justine e lo zio si alzarono e prima di abbandonare la basilica mi dissero che avevo meritato l’ambito premio, e che avrei dovuto andare a vedere in cosa consisteva la mia vincita. Optai per restare a Roma fino al sabato mattina, poi presi il primo treno per Firenze e mi recai a casa dello zio. La cassaforte nel suo studio vuoto mi guardava, quasi a sfidarmi. Sembrava mi stesse dicendo di aprirla, così non aspettai oltre. Cristina, che mi aveva accompagnato, era in ansia quasi quanto me. Fu un’attesa di pochi secondi, che sembrarono durare ore. Le tre chiavi vennero inserite nell’ordine numerico previsto dalle fessure posizionate a triangolo equilatero, e un click anticipò l’apertura della porticina in ferro. Dentro ci trovai solo un barattolo di burro d’arachidi. Pensai fosse uno scherzo, ma appena preso in mano mi resi conto del peso balordo. Troppo leggero per contenere il burro. Così lo aprii e notai un foglio di carta appallottolato dentro. Lo tirai fuori e godei nel vedere un biglietto aereo con soggiorno mensile negli Stati Uniti, a New York. Quello era il mio futuro, un corso professionale per incordatori, completamente spesato in una delle più belle città del Mondo. Sorrisi, e ringraziai di cuore lo zio per l’offerta. Quello suonava come un passaggio di testimone, lui sarebbe andato in pensione a fine anno e io l’avrei rimpiazzato nell’attività di famiglia. Capii un’altra cosa importante: lo zio sapeva che il mio desiderio era quello di diventare un giocatore professionista, pertanto non mi avrebbe mai dato le chiavi prima del mio infortunio. Qualcora fossi riuscito ad entrare nell’élite del tennis, probabilmente non mi avrebbe mai donato nemmeno la seconda chiave. Ma quando comprese che mi sarebbe piaciuto continuare a fare l’incordatore in modo fisso, volle studiare un percorso di crescita adatto a me. Certo, l’avrei ringraziato, ma non per telefono. Così la sera tornai a Roma e scoprii che mi aspettavano tutti, per guardare la finale del torneo insieme. La domenica, sugli spalti, tutti osservavamo l’atto finale del torneo, seduti vicini. Io, zio Michele, Cristina, Justine, e addirittura Gael e tutto il suo staff, che avevano interagito con lo zio per mettermi i bastoni fra le ruote. Gael non aveva perso per colpa mia, ma era stato molto convincente a farmelo credere. Credere sì, credere in sé stessi e non soffermarsi alle apparenze. Questa è la morale della pazza storia che ho raccontato, e che solo in un luogo leggendario come il Foro Italico sarebbe potuta accadere.