Scacco al re

Il numero uno del mondo, una partita a scacchi, una sacca da tennis, un rito che si perpetra negli anni, un misterioso furto, il tennis e gli scacchi che si mescolano in un unico gioco che mette a rischio la corona del “Re di Roma”.

Un avvenimento internazionale, quale quello che si svolge a Roma nel mese di maggio, richiama gente da ogni dove; la più disparata e stravagante, accomunata dalla passione per lo sport della racchetta, e dal desiderio di raccontare un giorno “io c’ero!”. E’ tutta la città che risente dell’evento, una vetrina di cui non si può fare a meno. Lo sanno bene anche tutti i campioni del tennis, che non vogliono mancare quell’appuntamento nella città eterna, che consacra il “Re di Roma”. Per quasi due settimane, i romani vivono ancora più freneticamente per la riuscita e il bene del loro torneo. Il Foro Italico diventa centro di attrazione. Chissà com’è la vita a Roma quando non c’è il torneo, si domandava Iiulio Barescu mentre avviandosi al campo centrale, ammirava quelle statue gigantesche di marmo bianco, che custodivano quel Foro da sempre. Incurante della folla che lo attorniava, cercava di estraniarsi pensando che Roma gli era sempre piaciuta, anche se, in effetti, non aveva visto molto di più dei campi del Foro Italico. Era importante per lui, sempre scaramantico, sentire quella buona sensazione. Forse l’intenso profumo delle piante fiorite e il tepore di maggio lo riportavano indietro nel tempo, quando ancor bambino accompagnava suo papà Ion nell’unico campo di tennis del paese, dove faticava persino a trovare un avversario. Iulio, seduto sul seggiolone dell’arbitro osservava con quale cura il padre maneggiava quell’unica racchetta di legno che tirava fuori da un foderino bianco, con la cerniera arrugginita. Ion, prima di iniziare a palleggiare prendeva due palline vecchie e ingrigite, le rigirava tra le dita di una mano, le odorava e le riponeva nella loro scatola di cartone rosso. Poi tirava fuori dal borsone altre tre palle bianche e iniziava a giocare. Iulio non sapeva il perché, ma certamente non osava domandare. Stesso rituale alla fine della partita. Solo dopo molti anni il padre gli spiegò che era il suo portafortuna. Iulio era da poco il numero 1 del mondo ed era pronto ad iniziare la sua nuova avventura a Roma.

Il fatto che il torneo fosse iniziato il giorno 13 non gli faceva alcun piacere. Ciononostante cercava la concentrazione necessaria mentre attraversava il corridoio che immetteva nel “catino” dello Stadio Centrale del Tennis. Guardò di sbieco lo stadio traboccante di gente ed il suo avversario, già seduto che rigirava la racchetta tra le mani, fissando il vuoto. Applausi e “Iulio, Iulio” gridato in un coro da stadio cominciavano a riscaldare l’ambiente. Ricordava quando giocava nei campi secondari le qualificazioni e la fatica di passare da quei percorsi per diventare infine un campione. Oggi era necessario difendere la finale dello scorso anno ed i punti faticosamente conquistati. Iulio aveva completato il riscaldamento, aveva controllato di avere il telai che gli servivano per l’incontro, ed era pronto ad iniziare. Anzi no, bisognava prendere le due palle bianche che erano state di suo padre e rigirarle tra le dita, come fanno molti giocatori preparandosi al servizio, ripetendo così il rito portafortuna di Ion. Questo gesto per lui indispensabile gli consentiva di dare inizio ad un incontro in fiducia e sicurezza. Quando non lo aveva fatto aveva avuto una vera e propria crisi di panico. Era come se da quelle palle dipendesse la sua capacità di affrontare gli avversari e vincere la partita. …ma dov’erano finite le due vecchie palline? Mentre cercava nel borsone iniziava il panico. Non ci poteva credere! Come era possibile? Sudava freddo. Niente. Continuava la ricerca rovesciando tutto il contenuto della borsa sulla panchina, incurante dello sguardo insofferente dell’arbitro. Dal bag rivoltato veniva fuori un tubo bianco che non aveva visto. Lo apriva freneticamente e vi trovava un Pedone nero e una specie di mappa. Uno sguardo veloce e la immediata decisione: non c’era un attimo da perdere. Qualcuno forse voleva prendersi gioco di lui. Disse subito all’arbitro che doveva andare … in bagno. Seguendo le indicazioni della mappa, correva sempre più velocemente e percorreva il viale delle Olimpiadi fino alla Piazza del Foro Italico, dove all’interno della Fontana del Globo era certo di trovare quello che gli avevano sottratto. E invece no. Un altro tubo bianco. Oh, nooo! Tutto inutile! Dentro c’era un’altra cartina e un Alfiere nero. Non sapeva cosa pensare, “stiamo scherzando?” si disperava. Un’altra indicazione da seguire? Speriamo bene! Pur senza dimenticare che lo attendevano in campo, si mise alla ricerca seguendo le istruzioni. Attraversando il viale di corsa raggiungeva il ponte Duca D’Aosta.

Lì improvvisamente Roma si apriva ai suoi occhi, e Iulio si fermava guardandosi intorno per la prima volta, domandandosi come fosse svegliarsi ogni giorno in quei luoghi bellissimi, che tramandavano storia e memoria. Come era possibile che non avesse mai notato tanta bellezza, perché non mai aveva pensato di trasferirsi a Roma, perché si era limitato a passare dall’aeroporto al Foro senza godere della città? Preso in questi insoliti pensieri, si ritrovava a camminare lentamente, ormai quasi dimentico di tutti gli impegni sportivi, e raggiungeva il secondo punto segnato: il Circolo della Stampa. A questo punto non fu sorpreso dal vedere il solito tubo bianco abbandonato a terra sotto al marciapiede. Questa volta, dentro vi era un Cavallo nero e altre indicazioni, che lo invitavano a proseguire. Era evidente che il suo avversario volesse giocare a scacchi ed anche lui voleva andare a fondo, prendendo il tempo necessario per decidere la mossa successiva.

Nel frattempo, nel campo centrale del Foro Italico, c’era non poca agitazione tra il pubblico che non capiva cosa fosse accaduto. La direzione del torneo non sapeva cosa fare. Si dovevano avvisare le forze dell’ordine e fare uno scandalo, mettendo alla berlina tutta l’organizzazione? L’arbitro osservava nervosamente il cellulare di Iulio che squillava a vuoto, visto che silenziato stava sulla panca, sotto l’ombrellone, sperando che da lì a poco si sarebbe materializzato il giocatore. Cosa accidenti gli era successo: era stato rapito, colto da un malore, fuggito in preda al panico? Questi timori aleggiavano anche nella mente del direttore di gara, che vagava avvilito, come un detective alla ricerca di tracce per il campo. Mentre si cercava di ingannare l’attesa ed il pubblico, proponendo musica e messaggi pubblicitari, veniva chiesto, persino all’indispettito avversario, se ne sapesse qualcosa. Ormai era un continuo via vai di gente in campo. Parte del pubblico radunato in capannelli, chiedeva e filmava o si fotografava per immortalarsi nell’ insolito evento. Anche Supertennis, che teneva aggiornati gli appassionati della racchetta con le immagini televisive, mandava in campo il grande Mauro a cercare di capire. Niente lasciava presagire l’inizio dell’incontro a breve.

Ignaro di tutto ciò che stava accadendo sul Centrale del Foro Italico, Iulio si arrovellava su chi poteva essere stato ad organizzare questa strana partita e con quale scopo. Non potevano avere improvvisato. Chi poteva avere interesse a mettere proprio i pezzi di colore nero, del gioco degli scacchi, dentro una serie di tubi bianchi? Cosa voleva significare? Pensava a suo padre, al rito portafortuna, alla sua dipendenza da questi gesti, ed al suo nuovo valore sportivo. Per la prima volta immaginava la sua carriera senza le due palline bianche, e per la prima volta cominciava a capire che non sarebbe cambiato nulla. Ma intanto era nel gioco e bisognava giocare, rigirava tra le mani il pedone, l’alfiere e il cavallo che guardati così facevano quasi paura. Però, la curiosità aveva preso il sopravvento. Voleva andare fino in fondo senza più scervellarsi per trovare la soluzione finale. Poi, senza ciò che gli era stato sottratto mai e poi mai sarebbe rientrato in campo per disputare quella partita, o forse sì pensava per la prima volta. Al diavolo tutti! Questi i pensieri, mentre si avviava con una certa circospezione verso il nuovo punto indicato nella mappa. Dopo avere attraversato Viale Tiziano e la Piazza Apollodoro, si dirigeva verso il Palazzetto dello Sport, dove ad attenderlo c’era l’usciere che con un riverente inchino gli consegnava l’ennesimo tubo bianco, con dentro il solito foglietto e questa volta la Regina nera. Qualcuno lo stava irridendo per fargli il Matto del barbiere? Di scacchi un po’ lui se ne intendeva, ma non capiva cosa c’entrassero. A questo punto, certo di una mossa successiva si avviava, come da indicazioni, nel piccolo circolo del tennis là vicino. Su una sedia del primo campo campeggiava il tubo bianco. Iulio lo apriva senza esitazione e vi trovava il RE nero e non più una mappa, ma un biglietto con su la scritta: