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Brooksby impara veloce e ruggisce anche sulla ‘terra’

Senza esperienza sul rosso, a Roma il 21enne americano ha impressionato battendo Cobolli e Goffin e sfida Ruud. Il suo segreto? Semplicità, varietà e… personalità

La personalità non l’impari. E si nota subito. Così i romani, al Foro Italico, mentre cercavano il ragazzo di casa all’esordio nel torneo, Flavio Cobolli, hanno visto Jenson Brooksby e l’hanno sentito. Sì, proprio sentito, perché quando l’italiano ha sfogato frustrazione e tensione per incitarsi, urlando a squarciagola, l’altro biondino, ha alzato il volume, ed ha ruggito letteralmente, nemmeno fosse il re Leone di Dysney, impressionando tutti. 

Mano al cellulare i presenti hanno quindi scoperto che è americano, ha 21 anni, è 38 del mondo e viene da Sacramento. Anzi, hanno scoperto che la vera capitale della California non è Los Angeles. Attenzione: il biondino dal tennis personale che si diverte un mondo a trovare i punti deboli degli avversari e li fa sanguinare non è uno qualsiasi. Sarebbe già esploso nel 2019 quand’ha chiuso la carriera di Berdych battendolo agli US Open, ma ha saltato tutto il 2020 per il guaio a un piede. L’anno scorso sempre a New York ha lasciato a bocca aperta Djokovic strappandogli il primo set per 6-1 e quest’anno a Indian Wells, sull’amato cemento, ha rimontato Tsitsipas, ha preso il microfono in mano e ha detto: “Non puoi predire il futuro, non sai quando succederà, ma sapevo nella mia testa che avevo il gioco per questo livello”. La personalità è sempre pronta a brillare: “Un po’ credo che gli avversari mi stanno sottovalutando. Ma non i coetanei, che mi conoscono bene.  Credo che soprattutto il pubblico tende semplicemente a prestare più attenzione alle qualità fisiche che allo stile. E non credo che ci sia qualcosa in me che risalta in quel senso, quindi molte persone mi sottovalutano”. 

Jenson Brooksby (Foto Getty Images)

Brooksby è uno dei nuovi NextGen che non picchia solo forte la palla ma crea tennis, ha tutti i colpi e adora variare. Non ha un servizio-bomba, non ha dritto e rovescio che lasciano fermi, ma ubriaca, spiazza, anticipa, ruba spazio e tempo, si presenta a rete all’improvviso, ha cervello e cuore. Lo stile personale gli viene dal DNA e dal lavoro con l’allenatore di sempre, che si chiama Gilbert come quello famoso che salvò Andre Agassi giocando sporco, ma di nome fa Joe, e gli ha insegnato segreti antichi, quindi molto moderni: “Joseph ha notato che fin da piccolo avevo il carattere giusto per la gara e all’allenamento. La nostra mentalità è cercare di semplificare le cose e provare ad apprendere qualcosa di nuovo ad ogni match che gioco. Bisogna ragionare così, se si vuol fare strada nel tennis che, almeno per me, non è una gara a chi tira più forte. È più una questione di scegliere il colpo giusto al momento giusto e applicare sul campo la tattica che studi prima”.

  Così, la superficie non esiste, anche a Roma dove è arrivato senza aver mai vinto un match sulla terra rossa in un tabellone principale ATP Tour, ed ha trattato con la stessa moneta il rookie Cobolli e il veterano Goffin, in attesa di scoprire i difetti di Ruud. Così, insieme a Korda e Nakashima, il re leone di Sacramento porta sulle spalle il futuro del tennis Usa. Sponsorizzato col connazionale Opelka: “Può anche diventare numero 1 del mondo”. Come dall’ex Fab Four, Andy Murray: “E’ il tipo di tennista che mi piace guardare: tanta varietà, notevole quoziente intellettivo e bravo in difesa”. Può anche far impazzire il pubblico, almeno il suo pubblico, che carica con energici “Come on!”, montando il pugno al cielo, e la gente gli risponde: gridando “Come on, JT!”. Comunicandogli non solo che l’apprezzano ma che lo seguono e lo conoscono da tempo perché sanno che il suo nome di battesimo completo è Jenson Tyler. Da Jenson Button, il pilota di Formula 1 che piaceva tanto a papà, di origine britannica un hobby particolare, il pianoforte. ”Amo suonare canzoni classiche, come la Sonata numero 3 di Bach, poi Clock e The Final Countdown”.

  Sono tutte melodie che danno la carica. Cosa di cui non sembra aver bisogno, chiedere conferma a Federico Coria, il fratello meno dotato del “mago” Guillermo, sfortunato finalista di Roma e Parigi. A Miami, sull’onda del primo urrà contro un Top 5, Stefanos Tsitsipas, ì nel terzo set contro l’argentino, ha colpito di rimbalzo un raccattapalle con la racchetta che ha scagliato violentemente al suolo, colpendo il segnapunti e poi finendo la sua corsa folle contro il ragazzo. Già ammonito nel primo set per aver rotto una prima racchetta non è stato espulso dal giudice di sedia, Carlos Bernardes, come ha chiesto Coria. Scatenando una reazione sui social: “E’ stato salvato perché americano in America”. Bernardes ha spiegato che il raccattapalle non si è fatto male e dunque la squalifica non sarebbe stata la sanzione giusta, punendo Brooksby con un punto di penalità. 

   La personalità non l’impari. E si nota subito. Ma non bisogna esagerare.

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