NADAL RE DI ROMA
Nono titolo al Foro, battuto Djokovic

La volée affannata sul match point è la fotografia della partita. A Novak Djokovic, che ha giocato cinque ore e mezza per arrivare in finale agli Internazionali BNL d’Italia, non sono rimaste sufficienti energie per reggere a una terza maratona. Così, dopo due ore e 25 minuti, si alzano le bandiere spagnole per il nono trionfo a Roma di Rafa Nadal. Chiude 6-0 4-6 6-1, serve meglio e risponde meglio. Vince 25 punti in più negli scambi sopra i cinque colpi e conquista il 34mo Masters 1000 su 50 finali.

Roma riscopre un campione che al Foro ha iniziato una storia di grandezza e di sudore. Ha raccontato la passione e l’educazione, la sofferenza come valore per raggiungere l’essenza. L’aria di giovanile esuberanza, le bandane, i pantaloni sotto al ginocchio, lo smanicato delle prime finali a Roma gli davano quell’aria di “campione operaio” che hanno favorito l’empatia, l’identificazione dei tifosi anche per reazione allo stile Federer. Dal look urbano e fluo alla maglietta azzurra con bandana arancio si delinea il senso di un giocatore che ha dimostrato come pochi la disponibilità a far evolvere il suo stile come cambia il fisico, come passa il tempo.

Nadal agita lo spumante a favore di telecamera così come aveva fatto Guga Kuerten, premiato con la Racchetta d’Oro e lì dietro di lui, dopo il suo unico trionfo a Roma, nel 1999. Nadal si ritrova a Roma, il Foro riabbraccia il campione al primo titolo del 2019. Lui e Djokovic, quattro volte vincitore agli Internazionali BNL d’Italia, si sono spartiti 13 degli ultimi 15 titoli al Foro. Nadal, al decimo successo in 31 sfide dal 2011, ha battuto Djokovic per la 17ma volta sulla terra battuta e vinto almeno un torneo per la sedicesima stagione di fila. In 14 delle ultime quindici (escluso il 2015) si è presentato al Roland Garros con almeno un successo precedente sulla terra rossa europea.

“Grazie a tutti” dice Djokovic in italiano durante la cerimonia di premiazione. “Non voglio parlare di stanchezza, oggi Rafa era troppo forte, complimenti a te e alla tua squadra, Io sono riuscito a riprendere un set, spero che comunque vi siate divertiti. Qui a Roma mi sento come a casa, ogni anno parlo un po’ più italiano”. Di sicuro, a giudicare dal primo piano, si è divertito Fiorello presente sul Centrale.

Nadal ha giocato più arrotato, più alto sopra la rete. Inizia il discorso mentre dagli altoparlanti risuona una versione quasi lirica di Go West. “Complimenti a Novak” dice Rafa, parlando anche lui in italiano. “Ti voglio dire in bocca al lupo per il Roland Garros. Ringrazio tutti che fanno il possibile per questo bellissimo torneo nella città più bella del mondo. Per me è sempre un onore. Mi ricordo della prima volta, nel 2005. Avere la possibilità di tornare con questo trofeo dopo tanti anni significa tutto. Voglio infine ringraziare il mio team. E’ stata una settimana non facile per me, grazie per tutto il supporto. Grazie Roma”. Il Centrale lo ricambia con un applauso moderato e diverse bandiere spagnole sulle tribune.

E’ la decima finale tra le prime due teste di serie agli Internazionali BNL d’Italia nell’era Open: otto volte dieci ha vinto la numero 2. Nadal fa la differenza con otto vincenti in più di dritto, costringe il serbo a due errori forzati in più e al doppio degli errori gratuiti.

Un gruppo di tifosi serbi ammaina la bandiera dopo pochi game. La palla del numero 1 non viaggia, le tre ore contro Del Potro e le oltre due contro Diego Schwartzman sempre di sera lasciano il segno. Djokovic comincia con una palla corta di rovescio lungolinea al secondo colpo del match. Non un buon segno, lo si capisce presto. Non ha gamba per reggere lo scambio, il suo rovescio è una palla curva senza peso né angolo, che Nadal legge e neutralizza con facilità quasi elementare. I cambi in lungolinea dello spagnolo lo lasciano senza energie. I tifosi capiscono l’antifona e gli riservano due applausi ritmati di incoraggiamento nei primi quattro game, come tante ha sentito fare per i suoi avversari negli anni in cui sembrava imbattibile o quasi. Ma il RoboNole di allora ha lasciato il posto a un giocatore troppo umano, che nel quarto gioco altra tre campanili, tre preghiere di rovescio: un tempo, nell’epoca degli arrotini spagnoli o degli svedesi alla Sundstrom, li avremmo chiamati “pallettoni”.

Col dritto Nadal fa quel che vuole, Nole in una mezz’oretta incassa il primo 6-0 dal quarto di finale del Roland Garros 2017 contro Dominic Thiem. E’ il primo in 142 set nella storia della loro rivalità.

In condizioni di stanchezza, e dopo la semifinale Djokovic si reggeva in piedi con l’equilibrio precario del sonnambulo, l’inizio è il momento più duro. Serve rompere il fiato, poi via via la muscolatura si scalda, si scioglie dalla rigida legnosità dei primi game.

Sul 3-3 Djokovic in versione bandolero stanco tira uno smash a mezza rete. Un altro, ma allora lo sbagliò di un metro, gli costò la partita al Roland Garros del 2013. Stavolta va “solo” sotto 0-40 ma raddrizza un settimo game in cui, per la prima volta dall’inizio del match, Nadal non è così rapido a prendere l’iniziativa e allunga la fase di manovra.

La ricerca della brevità e della territorialità si unisce, nel gioco di Nadal, a una lettura delle situazioni e delle difficoltà del numero 1 del mondo, indotto a soluzioni frettolose con i colpi sopra la testa sotto rete. Si rivedono le bandiere serbe, si alzano quelle spagnole in un Centrale diviso piuttosto equamente tra i due. Djokovic prende un po’ di convinzione e alla fine vince un secondo set in cui sbaglia almeno tre palle corte di rovescio e affossa un paio di smash non certo impossibili. Vince perché risponde più profondo, più vicino al corpo dello spagnolo. Nadal sbaglia in larghezza sul set point e subisce il secondo break del torneo. Nole, complessivamente più appartato di Nadal che si vede spesso con famiglia e fidanzata nel ristorante giocatori, vince e chiede gli applausi. Chiama il pubblico a scaldare l’atmosfera. Non gioca certo un secondo set eccezionale, ma porta comunque il match al terzo, e non è del tutto irrilevante.

Però subisce il break al primo game da 40-30 e continua a intestardirsi nella ricerca di una palla corta di rovescio lungolinea che non gli riesce dall’inizio del match. Questione di timing, questione di feeling. Dettagli, frazioni di secondo, battiti che scavano la distanza fra la vittoria e la sconfitta. In una domenica sospesa tra un sole testardo e nuvole spesse, la Roma delle rovine maestose e del tempo sospeso, la Roma caput mundi città dell’anima e della storia, riscopre un’icona che le somiglia, che in lei si rispecchia. Ha cercato e trovato nuovi orizzonti senza mai smettere di essere profondamente Rafa Nadal.

Al Roland Garros, che si è piegato all’arrivo della modernità e accettato di spostare le serre allargando l’impianto, resta probabilmente il favorito numero 1. “Sulla terra rossa lo sarà sempre” diceva Djokovic qualche tempo fa. Ma non ha più l’aura dell’imbattibilità, come ha detto Stefanos Tsitsipas dopo averci perso in semifinale. La missione è difficile ma non impossibile. Saranno attimi di gloria, come nella Parigi di Paolo Conte ,saranno “parole, luce di pioggia e luce di conquista”. Tra futuro e moderno.