Nole vuol guardarsi
nello specchio Nadal

Tre anni fa un Djokovic contro Nishikori sarebbe stato un match da leccarsi le orecchie, tra il numero 1 e il n. 5 del mondo. Poi sono successe tante cose, tanta acqua è passata sotto i ponti e tanta garza li ha fasciati entrambi, nel corpo e nello spirito. Così la sfida dei quarti di finale degli Internazionali BNL d’Italia 2018, tra il n.18 e il n.24 del mondo, si presentava come un amarcord, un  western dove due pistoleri acciaccati si sfidano per poter ritrovare il centro della scena all’Ok Corral.

Ne è uscito uno spettacolo mirabile perché la statura dei contendenti è enorme , nonostante alcune sbavature di condizione, da cui conseguiva qualche errore poco coerente con il rango.

Djokovic sta tornando. Roma è una delle sue case sparse per il mondo. Gli piacciono il posto e la gente. Ritrova l’amico Fiorello, va volentieri in tv. Al Foro ha vinto quattro volte, strapazzando tutti. Ora che sta cercando di rimettere insieme i pezzi dopo infortuni fisici e coniugali, allenatori lasciati e ripresi, la terra battuta di Roma gli ha offerto un tabellone in progressione di difficoltà che gli ha permesso di salire gradatamente di condizione.

Nishikori fatica a recuperare dopo l’intervento al polso. La scorsa settima a Madrid ha perso in due set proprio da Nole al primo turno. Visto in allenamento con Wawrinka alla vigilia del torneo sembrava un cane bastonato. Ma anche lui è andato in progressione e ha cominciato a godersi la settimana romana in compagnia della fidanzata. E a tritare avversari: Feliciano Lopez, Dimitrov, Kohlschreiber.

La sfida al tramonto sul Centrale, a spalti stracolmi, si è trasformata presto in una di quelle pazzesche partite a flipper di questo terzo millennio tennistico. Due clamorosi colpitori di piatto che cominciano a disegnare diagonali e lungolinea come se alla fine si dovessero accendere mille lucine e arrivare un extraball in regalo.

Primo set 6-2 al giapponese, secondo 6-1 al serbo, il terzo ha assunto anche le tinte dello psicodramma, tanto importante era diventato per entrambi cogliere l’opportunità di andare in semifinale a confrontarsi con Nadal. Una sorta di rinascita, di ritorno nelle stanze dei potenti.

Se le sono date di santa ragione da campioni, con gesti tecnici da brivido e gesti morali d’altri tempi. Come quando, in vantaggio 1-0 al terzo set Nishikori ha deciso di dirimere la discussione tra il suo avversario e l’arbitro Bernardes sulla bontà o meno di una prima palla di servizio (non erano d’accordo su quale fosse il segno che l’arbitro insisteva a chiamare ‘out’) regalando con una bella passata del piede sulla riga punto e game all’avversario che serviva per l’ 1 – 1..

Dopo 2 ore 21 minuti di battaglia ( e un sacco di imprecazioni verso il proprio angolo , verso la racchetta a suo avviso incordata troppo molle, verso il destino cinico e baro…) Djokovic ha riannodato il filo col suo vecchio destino chiudendo 6-3.

Sul campo è sembrato la perfetta controfigura di se stesso, soltanto un filo meno spietato, meno spiritato, meno infallibile, meno inesorabile nei momenti che contano.

La scena in cui prende il suo cuore, lo mima in grande e lo lancia idealmente agli spettatori la conosciamo bene. E’ il finale di uno spettacolo che fino a due anni fa ha spopolato in tutto il mondo: vinceva sempre lui.

Ha deciso di provare a reinterpretare la parte. Domani contro Nadal avrà modo di trovarsi di fronte a uno specchio impietoso. Ma questa è proprio la prova che che desiderava affrontare più di ogni altra: il momento di una nuova verità.