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Stefan Edberg premiato con la racchetta d’oro: eleganza elevata ad arte

L’indimenticabile campione svedese, premiato agli Internazionali BNL d’Italia con la “Racchetta d’oro”, è un’icona di stile e correttezza, tanto che il premio al tennista più sportivo della stagione porta il suo nome. È stato l’ultimo vero artista del serve and volley

Questo contenuto è stato pubblicato 12 mesi fa. Potrebbe essere riferito ad un’edizione passata degli Internazionali d’Italia.

Definire il concetto di arte è complicato e sfuggente quanto l’arte stessa. Arte è qualcosa che suscita emozione, sorpresa. Una reazione. Qualcosa che ammiri e non ti lascia indifferente. Una delle migliori definizioni di arte che troviamo nella letteratura è “espressione o applicazione dell’abilità creativa e dell’immaginazione degli esseri umani, nella produzione di opere principalmente apprezzate per la loro bellezza o forza emotiva”. Se accostiamo l’essenza dell’arte al tennis, pensiamo a gesti armoniosi ed eleganti, velocità e coordinazione, a pennellare giocate d’autore, sospese nel tempo. Pochi tennisti nella storia si avvicinano a quest’ideale quanto Stefan Edberg, indimenticabile campione svedese, premiato sul Centrale del Foro Italico con la prestigiosa “Racchetta d’oro”.

Entra in campo sulle note di “Simply di Best” di Tina Turner, prima di ricevere il premio che la Federazione Italiana Tennis e Padel assegna dal 2006. “Come è stato allenare Federer?” gli chiede Flavia Pennetta, che lo intervista sul Centrale durante la premiazione.

“È stato un viaggio fantastico, Roger è una persona splendida e forse il più grande giocatore di sempre. È stata una fantastica avventura, porterò sempre con me quelle emozioni” ha detto. Di Roma, ha aggiunto, conserva ancora il ricordo della sua prima trasferta, a 17 anni. “E’ una città splendida, poi adoro il cibo italiano” ha scherzato lo svedese, che ha ricevuto il premio da Nicola Pietrangeli, ambasciatore del tennis italiano, e il vicepresidente della FITP Isidoro Alvasi.

Edberg, storia e carriera di un campione di stile

Edberg è stato un grandissimo giocatore, ha vinto sei tornei del Grande Slam in singolare, quattro edizioni della Coppa Davis, il Masters di fine anno e 41 tornei complessivi, terminando le stagioni 1990 e 1991 da n.1 del ranking mondiale, ma il suo nome non è tanto legato ai successi quanto allo stile, all’incredibile eleganza e correttezza che l’hanno reso un’icona, l’ultimo paladino del “serve and volley”. Parlare di servizio e volée nel 2023 significa rispolverare i libri d’oro del gioco, quasi l’archeologia, visto che da tempo il tennis è diventato tutt’altro, uno sport elettrizzante e bellissimo ma giocato più di sciabola che di fioretto. Stefan al contrario era uno che la palla amava accarezzarla sotto rete, piegando alla sua creatività e istinto le traiettorie di passanti e pallonetti, sempre in grande equilibrio e compostezza.

Lo svedese ha consegnato alla storia del gioco un rovescio ad una mano da cineteca e la miglior volée di rovescio dell’Era Open. Forse di sempre. Davvero incredibile che dalla formidabile covata svedese, tirata su “a pane e mito tecnico di Borg”, sia uscito un attaccante così puro, così diverso dai suoi connazionali. Anche Edberg, come Wilander e compagni, era stato forgiato col dogma del rovescio bimane, ma un “illuminato” maestro di nome Percy Rosberg si accorse che questo ragazzo aveva una propensione innata al gioco di rete, portandolo a staccare la mano dal lato sinistro, nettamente il più sensibile e forte. Riuscì a distinguersi dal resto dei connazionali che lo guadavano come una sorta di alieno e diventare il miglior volleatore del mondo, con tecnica, istinto, velocità d’esecuzione e grazia inarrivabili. Il suo incedere in campo era leggero, come un ballerino che danza con la racchetta ad intercettare quelle piccole palle gialle, accarezzandole dolcemente. Tutto con una naturalezza tale da far sembrare ogni giocata facile.

Stefan Edberg (Photo by Mark Kolbe/Getty Images)

Il suo storico coach Tony Picard disse di lui: “Quando è in giornata, Edberg in campo vola, sprigiona la potenza feroce delle gambe con la leggerezza di un ballerino”. Definizione perfetta del modo di stare in campo di Stefan, un tennista che fondamentalmente non ha inventato niente di nuovo ma che è stato l’interprete più sublime del serve & volley puro, portandolo a velocità d’esecuzione inarrivabili insieme ad un’eleganza straordinaria. Edberg ha interpretato al meglio i canoni del tennis antico, come un pianista che suona Mozart con un tocco e stile tutto suo, impreziosendo e dando un’anima ad un classico. L’armonia del suo rovescio ad una mano è qualcosa di musicale, indescrivibile a parole. Un gesto sontuoso per sincronia, scioltezza, ma anche velocità e potenza, paragonabile ad un triplo salto del leggendario pattinatore Plushenko sul ghiaccio.

Ma dove Stefan ha staccato tutti per distacco è nella volée di rovescio, un colpo semplicemente perfetto. L’ha imparato facendo suoi i canoni e segreti dei grandi giocatori di rete, a partire dai mitici australiani degli anni ’60. Tagli decisi per chiudere le volate d’incontro, tocchi raffinati per sorprendere l’avversario e far morire la palla appena al di là del net, con aperture minime e apparentemente senza sforzo. Il segreto delle sue volée non è solo nella mano delicata e nemmeno nella purezza tecnica, era nell’approccio alla palla. Edberg è stato un grandissimo atleta, portava in campo una potenza nelle gambe fuori dal comune, una reattività ed esplosività nei piedi da centometrista abbinata ad una coordinazione da ginnasta. Non a caso da ragazzo riscrisse tutti i record di velocità nei campionati scolastici della sua zona, qualità atletiche naturali che gli permettevano di eccellere nell’equilibrio dinamico. Edberg al momento di colpire di volo era sempre molto vicino alla palla con il corpo, è un aspetto determinante per giocare a rete con tocco e sicurezza: minore è la leva su cui si esercita il movimento, maggiore sarà il controllo. Soprattutto sulla magica volée di rovescio, Edberg arrivava sulla palla alla distanza ideale, apriva leggermente la racchetta verso sinistra con il solo avambraccio tenendo il gomito il più possibile vicino al corpo fino al momento dell’impatto, sempre sicuro, ben davanti al busto, con il polso duro come acciaio per le sue rasoiate in diagonale verso destra. Il lavoro dei piedi era essenziale: piccoli passi ad altissima frequenza, per avere la miglior aderenza al suolo e soprattutto per mantenere equilibrio.

Stefan Edberg (foto Getty Images)

I capolavori degni del miglior Baryshnikov li regalava quando la palla era infida, tesa e calante tra i suoi piedi. Stefan riusciva a giocare volée basse al livello del suolo, con la sua racchetta che quasi toccava il terreno di gioco in piena corsa dopo il servizio, e depositare la palla ad un palmo dalla riga di fondo dell’avversario, magari pure in uno dei due angoli, costringendolo ad un passante difficilissimo. Coordinazione, equilibrio, tocco, una combinazione sublime di forze a generare un gesto perfetto. Tra i tanti virtuosi del gioco di volo, nessuno è stato forte quanto lo svedese in quella che era definita “la prima volée”, quella con cui gli specialisti cercavano il miglior piazzamento per mettersi in condizione di vantaggio, costringendo così l’avversario a rischiare un passante difficile. Si potrebbe pensare che quel suo gioco così ostinatamente offensivo fosse alquanto spregiudicato, ma in realtà era anche un mirabile esempio di tennis percentuale perché buttandosi a rete massimizzava i suoi punti di forza “scappando” dalla riga di fondo, dove soprattutto sul lato del diritto era più debole.

Edberg sarà ricordato soprattutto come tennista da erba, per i titoli vinti a Wimbledon nel 1988 e nel 1990, e anche per i due successi in Australia, conquistati nel 1985 e 1987, ultime edizioni disputate sui prati di Kooyong. Tuttavia il torneo dello Slam nel quale Stefan espresse il suo miglior tennis fu l’edizione 1991 di US Open, dove vinse dominando come mai gli era accaduto. Sicuro e velocissimo, era impossibile passarlo sotto rete, incontenibile nel suo serve & volley. Vinse con grinta leonina un ultimo Slam a New York nel ’92, in quello che fu il “canto del cigno” al massimo livello. Problemi alla schiena lo costrinsero a modificare il movimento del servizio e il nuovo gesto, più rapido ma meno “lavorato”, non gli permetteva di raggiungere come prima la miglior posizione sulla rete. Questa svolta tecnica insieme all’avvento di una nuova generazione di giocatori ancor più potenti e aggressivi in risposta, come Agassi, Sampras e Courier, cambiarono le carte in tavola. Edberg con il suo tennis d’autore non riuscirà più ad arginare e gestire le bordate dei rivali. Negli ultimi anni di carriera sembrava un samurai che si scagliava con la spada contro un vero e proprio muro… I tempi cambiano, il gioco si evolve, il serve and volley è una tattica usata per sorprendere gli avversari, da centellinare con cura. Il servizio e volée, quello vero, resterà per sempre legato ai “gesti bianchi” di Stefan Edberg.

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