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Le parole del tennis — i migliori racconti

Al servizio per l’Abisso

Questo contenuto è stato pubblicato 5 anni fa. Potrebbe essere riferito ad un’edizione passata degli Internazionali BNL d’Italia.

Hai la pallina in mano. È 15-40. Sei ad un punto dalla fine. Della partita, del torneo, della carriera…

È come vedere la fine della tua vita ad un passo, solo tenendo in mano l’interruttore che te la farà spegnere per davvero. Questa pallina vorrei tenermela, pensi, non lanciarla in aria, non doverla servire.

Eppure ti ci sei messo tu al suo servizio; quella volta lontana in cui scegliesti di far del tennis la tua vita.

Questo colpo potrebbe segnare la fine del servizio a lungo prestato. Sei pronto alla restituzione?

La pallina, il tuo destino, è lì, tra le tue mani.

Forse, a colpirla ora, rischieresti solamente di darti una mazzata sui calcagni. Il colpo di grazia.

Ti figuri il momento: la lanci, la colpisci, ed eccola ritornare in modo che non ti sia più consentito di ributtarla di là. E finisce tutto così. Con un errore. Una mancanza.

Il problema di giocare l’ultimo punto della tua carriera, è che non puoi mai sapere fino in fondo se lo sarà per davvero. Magari colpisci bene la pallina e fai un servizio vincente. Magari l’altro sbaglia. Magari inciampa, si storce la caviglia e ti regala la partita. Anche si trattasse di match-point a tuo favore, nella finale del torneo che hai stabilito essere l’ultimo, chi te lo dice che lo concretizzerai? Nessuno. Eppure tu sai che la distanza tra te e la fine è esattamente della consistenza della pallina che hai in mano, e della sostanza del punto che stai per giocare.

Quando ti trovi a match-point nella partita che verosimilmente ritieni essere l’ultima della tua carriera, sei in grado di vedere esattamente quello che vedrai nel momento potenzialmente lontanissimo in cui ti troverai per davvero a tu per tu con la fine. L’unica differenza è che, uscitone, se ne uscirai, tu avrai la possibilità di ricordare. Avrai vissuto l’istante prima del baratro senza precipitare nel vuoto, rimanendo sospeso a qualche centimetro dallo schianto.

Ma chi te lo fa fare, poi, di lanciare quella pallina? E di far sì che sia propria quella la tua ultima partita, e di conseguenza quello il tuo ultimo istante? Tu, la tua volontà, la tua libertà. Niente altro.

Ogni carriera tennistica che finisce, a suo modo, è un suicidio edulcorato. Ci si costringe a mollare perché pare che qualcos’altro ci costringa a farlo. La vecchiaia, per esempio. Si è troppo vecchi, tennisticamente parlando, per pensare di poter competere ancora come una volta. Dunque è meglio farla finita subito, e non assistere al proprio progressivo ed inesorabile decadimento.

Ma allora perché nella vita reale, quella fuori dal tennis, i vecchi che decadono non decidono sempre di togliersi la vita? Sento che potrebbe essere una domanda stupida, ma non so perché.

Il tennista è più coraggioso, lui la vita se la toglie sempre. Ed è cosa normale, tanto consolidata da apparire naturale: ad un certo punto tutti si ritirano. Non è cosa di cui si possa anche solo parzialmente dubitare.

Così è e così è sempre stato. Dunque, così sarà.

Sei lì con la pallina in mano, devi servire, e sai che servire è l’ultima cosa che vorresti fare ora. Ciononostante, l’hai scelto tu. Oggi hai scelto di dire addio a tutta la tua esistenza fino a questo istante, di salpare col battello della seconda via. Della tua vita passata potrai avere pensieri e ricordi, immagini e nostalgie, tutto ciò che ti renderà trapassato a te stesso: di fatto, con la tua vita trascorsa non avrai più nulla a che vedere. Ciò che sarai stato sarà per te memoria sovrastante tutto il resto; ciò che sarai sarà ricordo sbiadito ma vivente di ciò che fosti. Nulla prescinderà più da quel tuo io passato ed inscatolato in una cassa da morto. Il morto reggerà le fila della tua vita e la tua vita, alla fine dei conti, sarà quella di un morto.

Non saprai nemmeno tu se a guardare sarà il vivente od il caduto, se ad essere guardato sarà il ricordo o la presenza. Colpirai questa pallina, farai il punto più bello della tua carriera, commetterai l’errore più grossolano, e poca o nessuna differenza vi sarà tra le due: di ultimo istante, comunque vada, si tratterà.

Puoi averlo amato od odiato questo sport, di certo non ti sarà stato indifferente. E nell’odio o nell’amore, esso sarà stato il materiale a partire dal quale tu si sarai forgiato, sarai divenuto, sarai stato.

Colpire quella pallina non è come morire, no, è molto peggio. Perché a morire, almeno, la morte scompare con te; a sopravvivere al tuo funerale, invece, tu e Lei avrete modo di convivere.

Forse, a fissarla lungamente negli occhi, avrai modo di non temerla più; forse, comincerai ad apprezzarla. Ma si tratterà, comunque vada, di un’altra persona.

Sei sicuro di volerti congedare da te stesso? Vuoi davvero servire quella pallina?

Non mi stupirei se proprio ora, ad un punto dalla conclusione, tu lasciassi cadere pallina e racchetta, inserissi la mano nella tasca e, estraendo di lì una rivoltella, te la infilassi in bocca.

Si tratterebbe di un gesto violento, forse sì, ma coerente e sintetico.

Ti piace la sintesi, dici? È per questo che hai preso la pistola? Battuta finale, la chiami?

Hai battuto. Sì. L’hai battuto. Game, set and match.

Riccardo Zuliani

 

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