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Le parole del tennis — i migliori racconti

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Questo contenuto è stato pubblicato 6 anni fa. Potrebbe essere riferito ad un’edizione passata degli Internazionali d’Italia.

Head. Testa. Micol doveva concentrarsi, doveva usare la testa. Il suo sguardo fissava le corde, la mano stringeva ferma la racchetta e il corpo era in tensione. La quiete prima della tempesta, l’attimo di calma prima della battaglia. Doveva vincere. Oggi avrebbe vinto. Non poteva perdere perché suo padre non l’avrebbe permesso. Non le avrebbe rivolto la parola per giorni se avesse perso, ma non le faceva paura. Sapeva che l’avrebbe insultata, l’avrebbe chiamata fallita, probabilmente l’avrebbe spintonata o forse peggio. Sapeva tutto questo ma inspiegabilmente non aveva paura. La tensione si era trasformata in concentrazione, l’adrenalina in potenza. Sentiva le fibre dei suoi muscoli tirarsi mentre raddrizzava la schiena, senza mai spostare lo sguardo. La sua head era immobile nelle sue mani pronta a colpire, a ferire, a far correre, a surclassare. Pronta a vincere. Micol aveva sempre sentito ogni racchetta come estensione del suo corpo da quando il padre le aveva messo la prima in mano tra una chitarra, una penna e un costume da nuoto. Aveva sempre preteso senza transigere su nulla e senza permetterle di essere quello che era: una bambina normale. Una ragazza normale. La sua crescita era stata accompagnata da urla, delusioni, insulti, lacrime, sberle, castighi e reclusioni. Non aveva amici, non aveva tempo e non aveva tempo per gli amici. Aveva solo doveri e il suo dovere principale era di eccellere, di qualunque cosa si trattasse. Non aveva mai eccelso. Nella maggior parte delle attività in realtà rimaneva anonima o decisamente sotto la media. Aveva imparato a non fare disastri, a cavarsela almeno da sufficienza. I lividi sul sedere, sulle braccia e sul volto le avevano insegnato ad arrivare alla sufficienza per evitare le ire del padre. Poi la sufficienza non era più bastata ma lei non riusciva ad andare oltre. E via altre botte, via ad essere sminuita costantemente. Micol aveva letto la biografia di Agassi, e all’inizio le era anche piaciuta. Lo capiva, si sentiva come lui. Ma più giocava e più si rendeva conto che lei non era come lui, che avevano un’unica, grande differenza: lei amava il tennis. Amava quel campo deserto in cui la regina era lei e nessuno poteva mai mettere piede, quel rettangolo di terra completamente a sua disposizione. Le piaceva quando la facevano correre qua e là, le piaceva scendere a rete per poi tornare a fondo e ancora a rete, perché sentiva di muoversi nel suo spazio, sentiva di essere libera e che nessuno l’avrebbe fermata ovunque lei avesse voluto andare a colpire la pallina. Nessuno. Neanche l’avversario. Era lei che doveva decidere dove colpire, era lei che doveva scendere a rete, era lei che doveva vincere. Era sempre stato così perché ogni attacco del suo avversario era un’invasione del suo regno. Era contemporaneamente la sua protezione e il suo spazio da proteggere e colpire la pallina nel modo giusto, vedere l’avversario in difficoltà le dava un’energia formidabile. Suo padre era lì a guardarla dagli spalti, lo sentiva. Non lo vedeva, non lo voleva vedere. Il suo sguardo stava fisso sulla racchetta. Per una volta nella vita Micol avrebbe potuto vincere e rendere finalmente il padre orgoglioso. In realtà a questo pensiero una piccola parte di lei, nascosta ma ingombrante, sperava di perdere per non dare a quell’uomo la soddisfazione che cercava costantemente. Ecco perché non doveva pensarci, ecco perché non doveva vederlo là sugli spalti. Esisteva un libro scritto dal padre di Agassi, che rispondeva alle parole del figlio. Micol l’aveva comprato, poi si era affacciata al fiume e l’aveva gettato con violenza nelle acque, guardandolo affondare con gusto. Non avrebbe mai letto quel libro. Non avrebbe permesso a quell’uomo di avere un’occasione per spiegarsi, per giustificarsi, per chiarirsi. Un padre che maltratta e rende infelice il figlio non può avere neanche la possibilità di spiegarsi, almeno non con lei. Micol tolse lo sguardo dalla sua head e lo rivolse alla ragazza dall’altra parte del campo. Avrebbe vinto, il torneo sarebbe stato suo. Non per suo padre, non per dimostrare qualcosa, solo per il suo grande amore: avrebbe vinto quel torneo e l’avrebbe fatto per il tennis, per rendere onore all’unico porto sicuro della sua vita. Wilson. Willie. Angie palleggiava con la sua racchetta, che aveva soprannominato Willie. Le piaceva dire “palleggio con Willie” o “faccio due scambi con Willie”. Le piaceva, perché Willie era morto. William, il suo migliore amico, il suo compagno di giochi. William, il bambino della porta accanto, il ragazzo con cui giocava sotto casa. William, il primo bacio scambiato per imparare, poi anni di imbarazzi e rincorse. William, il ragazzo che pochi mesi prima l’aveva lasciata sola dopo un brutto incidente in auto. Per Angie si era aperta un’enorme voragine. C’erano stati il funerale, gli onori, le veglie, gli striscioni sotto casa, i fiori sulla tomba. C’erano ragazzi giovanissimi che piangevano e si disperavano. A Angie non era importato di nulla. Era stata lì in piedi, vuota, a cercare di distrarsi. Non aveva sentito né visto nulla durante tutte le celebrazioni, ferma con un velo di lacrime davanti agli occhi e delle bolle silenziose nelle orecchie. Non perché non le importasse ma semplicemente perché dentro di lei una domanda sola le si affacciava alla mente: a cosa serve? A cosa era servito ridere e credere che fosse uno scherzo quando l’aveva saputo, a cosa era servito vedere il corpo martoriato, a cosa era servito prendere a pugni il guidatore ubriaco? Niente aveva riportato da lei il suo Willie, niente aveva riempito quell’immenso spazio vuoto. Era come gettare sul prato fiori morti per riempire uno stadio di calcio. Aveva passato giorni interi a letto a riguardare le loro vecchie foto, i filmini, i regali, i ricordi. Non ricordava quanto tempo era passato, non sapeva se stava perdendo lezioni in università o qualunque altra cosa. A nulla erano serviti i genitori, gli amici, chiunque. Le mancava il suo Wil, le mancavano le cose non dette e le avventure non vissute. Lo sentiva lì accanto e parlava con lui, si abbracciavano in sogno. Poi un giorno qualcuno le aveva parlato e le aveva aperto la mente. Era stato William. Il giorno in cui aveva ritrovato il coraggio di riprendere in mano il telefono aveva scoperto un messaggio vocale di Willie, non ancora ascoltato, della notte in cui aveva avuto l’incidente. Ci aveva messo quasi due giorni per decidersi ad ascoltarlo, finché non aveva schiacciato play e lo aveva sentito gridare nella confusione di una discoteca: “ehi Angie! Dovevi venire stasera, c’è la serata anni novanta! Potevamo fare il nostro balletto delle vespe truccate! Comunque, so che lo sentirai troppo tardi, ma: ti va domani di giocare a tennis? Ciao!”. Lei lo aveva ascoltato centinaia e centinaia di volte fino ad impararlo a memoria, comprese pause e intonazioni, poi qualcosa era scattato dentro di lei. Su Youtube aveva cercato le canzoni anni novanta e a tutto volume si era messa a ballarle saltando per la sua stanza. “Dai Willie, muoviti di più!” gli diceva immaginandolo di fianco a lei. E rideva, rideva come non aveva più fatto, rideva e piangeva e finalmente le si rivedeva il sorriso. Si era accorta dei suoi genitori a bocca aperta sulla porta solo quando aveva cercato con gli occhi la sua racchetta e non l’aveva trovata. “Mamma, dov’è la racchetta?” “E’ rotta tesoro”. Angie non ricordava di averla usata per spaccare tutto ciò che aveva trovato sotto tiro nella stanza finché la sua famiglia non l’aveva calmata e addormentata. Come un fulmine era andata al negozio intenzionata a comprarne un’altra, e quando aveva visto quella racchetta sullo scaffale aveva capito che doveva essere la sua nuova racchetta: il cartellino sotto era strappato e si leggeva soltanto “Wil”. Era andata lì, l’aveva presa e guardando la scritta sul manico le aveva detto: “sì, mi va di giocare domani Willie”. Da lì era ricominciata la vita. Aveva preso un campo da sola e correndo da una parte all’altra colpiva con violenza le palline; poi suo padre senza dire una parola si era infilato in campo con una racchetta, e la aveva aiutata a sfogarsi. Lei aveva giocato il giorno dopo, quello dopo e dopo ancora. Giocava e non faceva altro. Non le importava di nulla se non di giocare e parlare con Willie, che era sempre con lei in quella racchetta. E piano piano anche lei si era accorta di una cosa: stava bene. Stava bene e si divertiva, era felice. Giocare era bello, divertente, le ore volavano e lei sorrideva. Guardava le partite in televisione tifando, urlando, studiando ogni movimento. Ammirava il suo giocatore preferito, Rafa Nadal, per la forza e la grinta con cui affrontava ogni match, ogni set, ogni singolo punto. Amava la sua grande forza di volontà che per lei era sempre un esempio. Era il suo giocatore preferito perché anche nelle situazioni più difficili, anche a un passo dalla disfatta non si arrendeva, non mollava mai, non smetteva di lottare con ogni briciolo di forza residua. I suoi “VAMOS” le risuonavano nelle orecchie, li aveva fatti suoi per quando era in difficoltà. Aveva capito che era così che la vita si affrontava. Aveva anche capito che era quello il più bel modo di ricordare e onorare William: non è lasciandosi morire che si onorano i morti, ma vivendo con gioia, felicità e allegria, riempendo la propria vita di emozioni e gioie. Parlava continuamente con lui, non lo aveva dimenticato, ma era una ragazza diversa. William era un argomento tabù per tutti con lei, ma a lei non importava. Il tennis era la sua grande emozione in quel momento e lei voleva viverla con tutte le energie. Si era iscritta al torneo quasi per scherzo, per conoscere nuove persone con cui giocare. Ad ogni partita, a ogni incontro dall’inizio alla fine parlava col suo Willie che teneva tra le mani. Non era pazza, sapeva che era solo una racchetta, ma sentiva che l’anima di William era sempre con lei. Forse era l’unica tennista al mondo che non era mai sola in campo, neanche nel singolo. William era la sua forza e paradossalmente l’unico modo per rimanere lucida e razionale per intere partite mentre altri impazzivano per il nervoso o il silenzio. Piano piano senza accorgersi era arrivata alla finale, e piano piano aveva iniziato a pensare che era tutto per Willie: voleva vincere quel torneo per lui, era il suo modo di rendergli onore, di ricordarlo. Avrebbe lasciato la coppa a casa di Willie, perché era grazie a lui e al tennis che aveva ritrovato la voglia di vivere, la passione e la voglia di vincere nella vita. Angie fermò la pallina, scambiò uno sguardo con l’avversaria immobile dall’altra parte della rete e guardando la determinazione negli occhi di lei si rese conto di una cosa: era come guardarsi in uno specchio. Sarebbe stata una bella sfida. Head e Wilson. Testa e cuore. Coraggio, rabbia, grinta, gioia. Ogni persona è fatta a modo suo, ognuno è un piccolo mondo da raccontare, pieno di storie da conoscere. Guardando da fuori è difficile capire cosa le persone si stiano portando dentro o intercettarne i pensieri, il passato, le speranze. Io riesco. Non so perché, non so come sia possibile, ma riesco. Riesco a sapere tutto delle persone che mi stanno vicino, riesco a capire ogni cosa solo con la vicinanza fisica. E tutte le persone che mi passano vicino hanno una cosa in comune: l’amore per il tennis. Che nasca da esperienze negative o dalla gioia di vivere, che sia solo un gran divertimento o una sfida continua, che sia per qualche giorno o da una vita, che porti a essere grandi campioni o a fare una partitella ogni tanto: non importa. Questo sport è unico e uguale per tutti. Questo sport è la metafora perfetta della vita, quella vita dove tutto può ribaltarsi anche all’ultimo secondo, quella vita dove non bisogna mai arrendersi o scoraggiarsi né mai credere di essere arrivati, quella vita dove a volte si è circondati di persone e altre volte bisogna farcela con le proprie forze, quella vita dove grinta e insistenza portano risultati, quella vita che va presa anche con un poco di leggerezza, con allegria, con voglia di godersela dal primo all’ultimo punto, con voglia di migliorarsi e ottenere risultati ma senza soffocarsi o perdersi nelle proprie illusioni. Ogni persona inizia a giocare per un motivo, e ogni persona lo ama per un motivo. Alcuni comuni, alcuni lontani. Mi fanno sempre ridere l’eleganza e la cordialità che regnano in questo sport: guardo questi ragazzi e ragazze sfidarsi con lo sguardo ma esultare pacatamente, odiarsi da una parte all’altra del campo ma stringersi in un sorriso alla fine, voler vincere ma non voler far perdere l’altro. Mi fa sempre commuovere percepire le loro storie, le loro rinunce, le loro speranze. A volte non capisco proprio. Crudele sport questo sport che alla fine di ogni torneo vuole sempre un solo vincitore. Crudele sport questo sport, che ti lascia solo con te stesso per troppo tempo. Crudele sport questo sport, che richiede anni per salire e giorni per crollare. Mi sono sempre chiesta: che senso ha dedicare così tante attenzioni ed energie a uno sport così? Vedo le sofferenze, gli sforzi, le storie, le lacrime di tutti i giocatori che passano di qui, vedo come anche il migliore al mondo deve comunque affrontare le sue sconfitte e i suoi demoni. Ma poi ci penso a fondo e mi chiedo: cosa posso saperne io? Cosa posso capirne io? Io, che sono solo una rete tirata tra due pali, il cui unico scopo è tenere lontani i contendenti ed essere colpita da centinaia di palline. E’ quando ci penso ancora meglio e vado nel profondo che posso trovare una risposta alla mia domanda: passo giorni ad ammirare la natura umana e a leggere dietro a ogni sacrificio una speranza, dietro a ogni vittoria un tuffo al cuore, dietro a ogni lacrima l’emozione più grande. Quando mi concentro sul vincitore vengo investita dall’onda di emozione e gioia che esso prova. Io, che sono solo una rete, come tanti ho capito quanto bello sia questo sport e quanto sia capace di far sognare migliaia e migliaia di persone. Quanto ogni sforzo e ogni sensazione negativa vengano cancellati da un’unica, grande soddisfazione nel colpire la pallina; nel portare avanti le proprie lotte, le proprie partite. Un punto dopo l’altro, un attacco dopo l’altro. Game. Set. Match. È gioia pura.

Claudia Sartirana

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