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Le parole del tennis — i migliori racconti

Raccattapalle

Questo contenuto è stato pubblicato 5 anni fa. Potrebbe essere riferito ad un’edizione passata degli Internazionali BNL d’Italia.

Odio quando ci chiamano raccattapalle. So che è quello che facciamo, ma non possono usare un nome più bello? Anche in spagnolo il nome è bruttino, “recogepelotas”, e in francese non è molto meglio, ramasseur o ramasseuse de balles, ma perlomeno si può distinguere tra maschile e femminile, cosa che in italiano o in spagnolo non è possibile, bisogna usare l’articolo per capire il genere. Allora molto meglio l’inglese, “ball boy” o “ball girl”, con la distinzione di genere e l’essenzialità che caratterizza quella bella lingua.

Solo gli addetti ai lavori sanno quanto siamo importanti noi raccattapalle. Qualcuno pensa che siano i tennisti a dare ritmo al gioco, o l’arbitro, o il pubblico, ma non è così, siamo noi, sempre pronti, sempre scattanti, professionali, sempre. È una fortuna che io capisca l’inglese. Mi ha permesso di lavorare in alcuni dei più importanti tornei mondiali. Ma non è solo questo. Lo sapevate che ancora in molti tornei l’età massima di un raccattapalle è di 18, 20 anni? E io allora? Gli americani sono avanti, lì non c’è limite di età. Ecco perché mi sposto, mi muovo. Ogni giorno faccio due ore di palestra per tenermi in allenamento. È come una missione, la mia. È da molti anni che faccio la raccattapalle. Ma devo spostarmi in base ai limiti di età che gli organizzatori impongono per noi. Ricordo ancora i miei primi Internazionali di Roma. Avevo 12 anni. Ero più emozionata io di Agassi. La prima pallina che raccattai la misi di nascosto in tasca per conservare vivo il ricordo. Lo so, lo so che non si fa, ma vi giuro che è stato l’unico strappo alla regola. Non l’ho più fatto, da quella volta. Ma quella palla toccata da Agassi, la prima palla della mia vita da raccattapalle, dovevo averla. Per il resto sono sempre stata impeccabile. Ho vinto anche un premio per il mio impegno, la mia correttezza, la mia simpatia. È stata la Pennetta a premiarmi. È stata il mio mito, la Pennetta, peccato che si sia ritirata. Certo, però, che bella uscita di scena: vittoria agli US Open e via, senza tante storie, a godersi la vita privata e quel manzo di Fognini, che anche lui mi piace un sacco, anche se ha un carattere difficile, lo sanno tutti. Ma con noi è sempre stato gentile, non fidatevi di quello che dicono.

Queste due settimane sono impegnata a Indian Wells. Fa un caldo d’inferno, qui, in mezzo al deserto. Ho già partecipato a un paio di partite di qualificazione. Se devo dire la verità, preferisco i tornei maschili a quelli femminili. Penserete che si tratti di rivalità con le reginette della racchetta, ma non è così. È che le donne sono sempre più nervose. È raro che qualcuna mi ringrazi come invece fanno certi uomini. Una volta Djokovic, dopo aver vinto un torneo, mi ha regalato un mazzo di fiori. Cioè, l’ha regalato a tutte le ball girls, ma il mio era più bello. È un gentleman, Nole. Peccato sia già sposato, per me è l’uomo ideale. Magari non è il più bello del circuito, ma è il più simpatico e il più affascinante. E non è uno di quei giocatori tutto muscoli e niente cervello, che colpiscono la palla da fondo campo come macchine programmate, sempre più forte. Ha stile, ha grazia, ha cervello, imposta il gioco come nessun altro. E quelle smorzate… con quale leggerezza riesce a gabbare l’avversario. Ogni volta che una smorzata esce dalla sua racchetta, un fuoco mi invade le vene e prego, prego perché la pallina superi la rete, prego perché l’avversario non la prenda. Ci proibiscono di esultare, a noi raccattapalle, ci proibiscono di tifare, dobbiamo essere imparziali, ed è giusto. Ma non possono impedirmi di gioire internamente per la vittoria del mio tennista preferito. Quando gli lancio le palline per il servizio, accarezzo sempre col pollice la riga bianca, come un gesto scaramantico, perché quella palla possa dargli un ace o un servizio vincente. Non vi dico quante volte ha funzionato. Ho sognato di farlo ancora sui campi di Indian Wells, ma quest’anno sono relegata ai campi dove si giocano solo incontri femminili. Sembra che me lo facciano apposta. Ho chiesto agli organizzatori, ho portato con me il curriculum prestigioso di anni e anni di “raccattapallaggio”: Roma, Miami, Roland Garros, Australian Open, tutti i maggiori tornei mi hanno vista in campo, tutti tranne Wimbledon perché si sa come sono spocchiosi gli inglesi. Non c’è niente da fare, mi hanno detto. O il torneo femminile, o niente. E allora sto qui, a guardare queste atlete spocchiosette che si muovono sculettanti nei loro completini color moda, le scarpe abbinate, i polsini in tinta, i capelli perennemente raccolti in una treccia, sto qui e le guardo, mi muovo scattante per raccogliere le palline e rilanciargliele, professionale come sempre, ma nel frattempo ascolto il rumore del pubblico nel campo accanto, dove è appena entrato il mio adorato Nole dagli spogliatoi. E ora è lì che si riscalda, è lì, dopo la monetina, che decide se scegliere il lato del campo preferito o se servire per primo, è lì, seduto sotto l’ombrello a bere le sue bibite vitaminiche, è lì concentrato che si guarda intorno e di sicuro si è accorto che quest’anno non sono lì con lui a portargli fortuna, perché è scaramantico, lui. Non lo dice a nessuno, ma è scaramantico. Mi chiedo quanto può aver influito, nella decisione degli organizzatori di non farmi partecipare alle partite maschili, il gesto dello scorso anno quando, tutta eccitata per la vittoria del mio Nole, ho lasciato il mio posto da raccattapalle e gli sono corsa incontro, così felice per la sua vittoria, gli sono saltata al collo, e gli ho dato un bacio sulla bocca, un bacio lungo, lento. Lui è rimasto fermo, allibito. Poi mi ha scansato con un gesto brusco, ma lo so che gli aveva fatto piacere. E lo so, è stata sua moglie, è stata lei a dire agli organizzatori di non farmi partecipare alle partite di suo marito. E dunque eccomi qui, corro da una parte all’altra del campo e lo penso, penso alla sua mano nervosa che stringe la racchetta, penso alla sua fronte aggrottata che si concentra nella risposta, ai suoi buffi capelli scuri, ascolto il suono dei suoi colpi perfetti che arriva dal campo vicino. Lo so, è un lavoro duro fare la raccattapalle. Ma non lo cambierei per niente al mondo.

Emiliano Dominici

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